Perché l'uso del concetto di Paideia e di Cultura a 360°

Perché l'uso del concetto di Paideia e di cultura a 360°

Dall'iniziale esaltazione dell'aretè, ovvero il culto del coraggio, della valenza fisica e dell'astuzia, gli uomini di cultura e i politici greci vennero man mano delineando una più complessa idea di uomo valente. Costui infatti, accanto al coltivare l'àristoi, ossia l'essere prode, doveva curare : << .. Il padroneggiamento della parola ( .. ) qual segno della sovranità della mente .. >>, ( Werner Jaeger, Paideia, Milano II Edizione Bompiani Pensiero Occidentale 2011, RCS Libri S. p. A. ). E' così che il concetto greco di Paideia prese la sua forma definitiva.

Da allora sono passati più di 2000 anni ma la bellezza e il fascino della visione di come quei " grandi " ritenevano dovesse essere l'uomo ideale non solo non è sorpassata ma, stante la decadenza della nostra Società, è quanto mai attuale.

Ed egualmente fondamentale, oggi come allora è la determinazione delle qualità, virtù ed abilità che il soggetto d'elite debba aver maturato. Doti e nozioni che a mio parere possono rilevarsi soltanto cominciando a pubblicizzare e studiare quanto di meglio i ricercatori scientifici e i nostri " geni " abbiano scoperto nei loro studi attorno all'uomo e alla società.

.. Quanto al resto .. E' solo ciccia! ..

domenica 1 dicembre 2019

Sui dazi USA-Cina e le conseguenze per l'Europa.


Anche se riportato in ritardo è uhn articolo sempre attuale

Il punto economico finanziario della settimana ( 29 aprile 2019 -5 maggio 2019 ) tratto da AltroconsumoFinanza del 23 aprile 2019

Pare che il presidente USA Trump sia piuttosto irritato nei confronti della Federal Reserve. E questo in quanto, a parer suo, se avesse alzato meno i tassi l’economia USA sarebbe oltre il 4% e la Borsa Usa avrebbe quotazioni ancore più elevate.
Altro argomento che irritano gli USA sono i dazi : << .. Non solo quelli con la Cina, ma anche quelli con l'Unione europea. La Commissione europea ha presentato infatti la lista di prodotti Usa su cui potrebbero essere messi dazi per un valore di 20 miliardi di dollari. La mossa dell'Europa non è altro che la risposta agli aiuti di Stato che gli Stati Uniti concedono a Boeing. .. >>. Tra le merci su cui l’Unione Europea ha intenzione di mettere dazi che non piacciono assolutamente a Trump sembrano esservi pure i prodotti Harley Davidson.
Per quanto riguarda poi l’Europa il carovita è in rallentamento e così pure l’inflazione, cosa che spesso indica un rallentamento dell’economia.
<< .. Secondo Banca d'Italia per la manovra del 2020 servono coperture di "notevole entità" se si vuole evitare che aumenti l’IVA, se si vogliono tagliare le tasse e rafforzare gli investimenti. Infatti, per far tutto ciò, senza gli aumenti dell'Iva e senza compensazioni - come tagli alle spese - il deficit salirebbe al 3,4% del Pil: un valore decisamente elevato che creerebbe problemi non solo con l'Europa, perché non rispetteremmo le regole, ma anche con il nostro debito pubblico, che diventerebbe sempre più difficile da sostenere. ..  >>

Ruolo complementare tra Italia, Francia e Germania


Ruolo complementare dell’Italia fra Francia e Germania


Il «rapporto tra la Francia e la Germania», commenta Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Sociètè Gènèrale ne “ La tentazione di andarsene “ (Il Mulino, 2017 ), è uno degli aspetti che resta più difficile da capire agli esponenti politici e all'intero establishment italiano. «Il tentativo di insinuarsi tra due, 1a volontà di schierarsi con l'uno per indebolire l'altro, la speranza che il rapporto si incrini sono il frutto dell'ignoranza - nel senso della non co­noscenza - e del provincialismo. Non si riesce a capire, o ad accettare, che questo legame sia necessario, e considerato necessario da entrambi, anche se non sufficiente, a far progredire l'Europa. Questo è il senso del rapporto franco-tedesco, che consiste nel non andare mai contro gli interessi fonda­mentali dell'altro, nel non criticarsi apertamente, nell’impegnarsi a lavorare insieme, anche quando la soluzione sembra lontana. Se l'Italia vuole avere un ruolo, questo deve essere complementare, non sostitutivo, di tale rapporto. >>

Giulio Conti, Squilibrio italiano e vincolo europeo, Milano 2019, Edizioni Lotta Comunista.

 

Senza immigrazione reggeremo?


«Se è vero, come dicono le proiezioni, che nel 2050 ci saranno tra i 7 e i 10 milioni di italiani in meno, il nostro Stato come potrà reggere? Oggi li vogliamo allontanare, ma tra dieci anni saremo costretti a pagarli per farli venire».

Francesco Montenegro, vescovo di Agrigento, presidente Caritas italiana, "Avvenire", 17 giugno

L’Italia delle piccole imprese.


Secondo Prodi «l'elemento più preoccupante della situazione italiana» risiede nella divergenza radicale dello sviluppo della produttività rispetto a quella dei maggiori paesi concorrenti, rimasta statica in Italia dagli inizi degli anni Duemila, e aumentata di 15 punti in Germania e 14 in Francia. Tra le molteplici cause di questa «fase di decadenza» italiana - funziona­mento della pubblica amministrazione, inefficienze giuridiche e burocratiche, fino a fattori demografici o di psicologia sociale - Prodi ne individua una «fondamentale» nella «scomparsa delle grandi imprese». Con l'ecce­zione di Leonardo, ex Finmeccanica, che comunque può essere elencata tra le medio-grandi, «di grandi imprese manifatturiere italiane non ne è rimasta nemmeno una».
( .. ) Di fatto la forza dell'economia italiana è «concentrata In un campione di alcune centinaia di imprese che hanno la dimensione sufficiente per affrontare i mercati globali e per assorbire le tecnologie più
avanzate >>. Roma si ritrova così ad affrontare la globalizzazione potendo disporre solo di << alcune centinaia di "soldati"», ma senza «né "armi atomiche  “ ( come Google, Apple, Alibaba, Amazon) né "corazzate" (le tradizionali imprese multinazionali come Volkswagen, Nestlé, Siemens e così via)».


Giulio Conti, Squilibrio italiano e vincolo europeo, Milano 2019, Edizioni Lotta Comunista.

L’Italia : stato cuscinetto


«Come dimostrano le tensioni con l'Europa, l'Italia è ormai nei fatti – ed è vista dai suoi partner continentali - come uno Stato cuscinetto: un paese deputato, nella nuova geopolitica mediterranea, a funzionare da "shock absorbing country". Questa realtà ha naturalmente forti costi e forse anche qualche vantaggio; ad esempio, la maggiore flessibilità accordata all’Italia sul versante dei bilanci pubblici potrebbe anche essere una compensazione indiretta. O comunque segnalare che paesi come la Germania o la Francia hanno ormai deciso che spostare a Nord delle Alpi le frontiere europee non è nel loro interesse».
               
Marta Dassù, ex viceministro degli Esteri nei governi Monti e    Letta "La Stampa “ , », 9 luglio 2017

mercoledì 6 novembre 2019

I margini stretti di Berlino



La questione è di lungo e persino di lunghissimo periodo. Le sue radici affondano fin negli esordi dell'era moderna, quando l'Italia è «nazione in ritardo» nell'unificazione statale. L'unità italiana, una volta mancato l'ap­puntamento col Cinquecento dell'assolutismo, dovrà attendere l'Ottocento borghese e la rottura dell'ordine nel sistema degli Stati europei, tra i cui varchi potrà giocare di sponda l'abilità politica di Cavour. Nel Novecento, il tormentato approdo alla democrazia imperialista attraverserà la crisi di fine secolo, le due guerre mondiali imperialiste e, tra di esse, il ventennio fascista. Il decollo imperialistico italiano, lungo i trent’anni del miracolo economico, avverrà dunque a partire da una condizione di deficit politico che ha origini secolari, e che pesa nelle riflessioni di carattere strategico di ambiti chiave dell'establishment nazionale.

Secondo Guido Carli, solo ricorrendo a un «vincolo esterno» si poteva, a partire dal secondo dopoguerra, «innestare nel ceppo della società italiana un insieme di ordinamenti che essa, dal suo intimo, non aveva la capacità di produrre». Firmando nel 1992 il Trattato di Maastricht, in qualità di mini­stro del Tesoro, Carli collocava così la propria azione in continuità con quella di Alcide De Gasperi, del quale raccoglieva simbolicamente il testi­mone. All'adesione dell'Italia al campo atlantico nel dopoguerra, che co­strinse Roma «a misurarsi con le più mature economie industriali», seguiva con Maastricht il nuovo «vincolo esterno»: l'«ancoraggio» all'Unione Europea e il trasferimento di sovranità da Roma a Bruxelles che esso com­portava [Cìnquant'anni di vita italiana, Laterza, 1993).

Giulio Conti, Squilibrio italiano e vincolo europeo, Milano 2019, Edizioni Lotta Comunista.

Guido Carli : Squilibrio politico e vincolo europeo



La questione è di lungo e persino di lunghissimo periodo. Le sue radici affondano fin negli esordi dell'era moderna, quando l'Italia è «nazione in ritardo» nell'unificazione statale. L'unità italiana, una volta mancato l'ap­puntamento col Cinquecento dell'assolutismo, dovrà attendere l'Ottocento borghese e la rottura dell'ordine nel sistema degli Stati europei, tra i cui varchi potrà giocare di sponda l'abilità politica di Cavour. Nel Novecento, il tormentato approdo alla democrazia imperialista attraverserà la crisi di fine secolo, le due guerre mondiali imperialiste e, tra di esse, il ventennio fascista. Il decollo imperialistico italiano, lungo i trent’anni del miracolo economico, avverrà dunque a partire da una condizione di deficit politico che ha origini secolari, e che pesa nelle riflessioni di carattere strategico di ambiti chiave dell'establishment nazionale.
Secondo Guido Carli, solo ricorrendo a un «vincolo esterno» si poteva, a partire dal secondo dopoguerra, «innestare nel ceppo della società italiana un insieme di ordinamenti che essa, dal suo intimo, non aveva la capacità di produrre». Firmando nel 1992 il Trattato di Maastricht, in qualità di mini­stro del Tesoro, Carli collocava così la propria azione in continuità con quella di Alcide De Gasperi, del quale raccoglieva simbolicamente il testi­mone. All'adesione dell'Italia al campo atlantico nel dopoguerra, che co­strinse Roma «a misurarsi con le più mature economie industriali», seguiva con Maastricht il nuovo «vincolo esterno»: l'«ancoraggio» all'Unione Europea e il trasferimento di sovranità da Roma a Bruxelles che esso com­portava [Cìnquant'anni di vita italiana, Laterza, 1993).

Giulio Conti, Squilibrio italiano e vincolo europeo, Milano 2019, Edizioni Lotta Comunista.

venerdì 4 ottobre 2019

A un passo dal nono fallimento dell’Argentina



Altroconsumo 




Altroconsumo Finanza numero 1331 si sofferma sull’Argentina.
La presidenza Macri, iniziata a dicembre 2015, ha tentato di portare avanti tagli e riforme, ma il Paese continua a spendere più di quanto si può permettere e la Banca centrale non riesce a tagliare l’inflazione ( che nel 2019 sarà del 43,7% ).
Non migliora le cose poi il rialzo dei tassi Usa che attira gl’investitori dei Paesi Emergenti all’acquisto di titoli americani ( più sicuri e abbastanza redditizi ). Risultato? Per finanziare il proprio debito in aumento l'Argentina deve pagare tassi d’interesse sempre più alti.
D’altronde, nelle primarie del mese scorso per le presidenziali del 27 ottobre Macri è rimasto minoritario rispetto ad Alberto Fernàndez, che si teme possa far tornare l'Argentina alle politiche fallimentari di cinque anni fa. Il pesos così è sceso nel solo mese di agosto del 25,1 % rispetto all'euro mentre la Borsa ha perso il 38,5 %. In queste condizioni all'Argentina non resta che trattare un nuovo prestito con il Fondo Monetario,  chiedere dilazioni nei pagamenti e bloccare la fuga di capitali all’estero.
Morale della favola?
Parecchi sono convinti che se uscissimo dall’euro potremmo stampare moneta nostra e, annegando il paese di carta moneta, dare sussidi, pensioni, fare qualsiasi tipo di investimenti, stabilire salari decenti e via discorrendo.
Beh! Nonostante sia un Paese emergente e quindi lontano dall’essere tra i paesi più sviluppati, l’Argentina ha una moneta sovrana e nessun vincolo internazionale, a parte quello del dover onorare i propri debiti. Potrebbe dunque inondare il paese di pesos eppure non lo fa. Non solo! E’ costretto a pregare il Fondo Monetario Internazionale perché gli impresti dei soldi. Denari che l’FMI darà a patto d’inviare esperti, imporre al paese un preciso numero di riforme e multe nel caso non venisse rispettato il programma stabilito.
Che vogliamo fare?

Le Nazioni da sole non ce la fanno



In un precedente post si è detto che secondo Tremonti l’Italia, nonostante il debito altissimo, è entrata nell’Unione Europea grazie all’appoggio interessato degl’industriali tedeschi che in tal modo avrebbero costretto l’Italia a smetterla di fare loro concorrenza sleale grazie alla svalutazione della lira.
Ora propongo un punto di vista diverso e più convincente in quanto è improbabile che uomini di vaglia e lo stesso  governo di centro-sinistra che più si battè per entrare nell’Unione non capissero che così facendo non sarebbe andata bene. Non si trattava di sprovveduti ( si parla di economisti del calibro di Mario Draghi, Guido Carli, Romano Prodi, eccetera ) e dunque per costoro il gioco doveva valere la candela.
Secondo Giulio Conti infatti : << .. La crisi ha reso evidenti i rischi per la tenuta dell'intera Unione provocati da un'insufficiente competitività in alcuni Stati membri   e all'opposto, i benefici di cui hanno goduto quei paesi che hanno portato  avanti riforme volte ad aumentare la produttività, come ad esempio Spagna o Grecia. Occorre, per Draghi, prendere atto che “ oggi i governi nazionali non sono in grado di esercitare pienamente la propria sovranità da soli “ semplicemente “ non sono abbastanza potenti”.
Le esperienze dell'Europa sul terreno fiscale, o quelle del Fondo moneta­rio internazionale, insegnano che una «disciplina imposta da un organismo sopranazionale» può rendere più semplice definire il dibattito sulle riforme a livello nazionale. A fianco degli esistenti criteri di convergenza, Draghi ritiene allora opportuno introdurre una serie di «criteri strutturali» da ri­spettare per entrare e rimanere nell'area euro. Per perseguire i propri obiet­tivi i paesi dell'area euro devono imparare a «essere sovrani insieme», portando avanti le necessarie riforme strutturali e non interrompendo il processo di consolidamento dei conti pubblici. .. >>.
Vi era dunque e vi è tuttora una frazione d’intellettuali oltre a industriali e uomini politici di grande spessore per cui il far parte dell’Europa poteva e può imprimere un indirizzo virtuoso a quei Paesi, tra cui il nostro, che da soli non potrebbero comunque farcela.


Bibliografia

Giulio Conti, Squilibrio italiano e vincolo europeo, Milano 2019, Edizioni Lotta Comunista.