Perché l'uso del concetto di Paideia e di Cultura a 360°

Perché l'uso del concetto di Paideia e di cultura a 360°

Dall'iniziale esaltazione dell'aretè, ovvero il culto del coraggio, della valenza fisica e dell'astuzia, gli uomini di cultura e i politici greci vennero man mano delineando una più complessa idea di uomo valente. Costui infatti, accanto al coltivare l'àristoi, ossia l'essere prode, doveva curare : << .. Il padroneggiamento della parola ( .. ) qual segno della sovranità della mente .. >>, ( Werner Jaeger, Paideia, Milano II Edizione Bompiani Pensiero Occidentale 2011, RCS Libri S. p. A. ). E' così che il concetto greco di Paideia prese la sua forma definitiva.

Da allora sono passati più di 2000 anni ma la bellezza e il fascino della visione di come quei " grandi " ritenevano dovesse essere l'uomo ideale non solo non è sorpassata ma, stante la decadenza della nostra Società, è quanto mai attuale.

Ed egualmente fondamentale, oggi come allora è la determinazione delle qualità, virtù ed abilità che il soggetto d'elite debba aver maturato. Doti e nozioni che a mio parere possono rilevarsi soltanto cominciando a pubblicizzare e studiare quanto di meglio i ricercatori scientifici e i nostri " geni " abbiano scoperto nei loro studi attorno all'uomo e alla società.

.. Quanto al resto .. E' solo ciccia! ..

mercoledì 6 novembre 2019

I margini stretti di Berlino



La questione è di lungo e persino di lunghissimo periodo. Le sue radici affondano fin negli esordi dell'era moderna, quando l'Italia è «nazione in ritardo» nell'unificazione statale. L'unità italiana, una volta mancato l'ap­puntamento col Cinquecento dell'assolutismo, dovrà attendere l'Ottocento borghese e la rottura dell'ordine nel sistema degli Stati europei, tra i cui varchi potrà giocare di sponda l'abilità politica di Cavour. Nel Novecento, il tormentato approdo alla democrazia imperialista attraverserà la crisi di fine secolo, le due guerre mondiali imperialiste e, tra di esse, il ventennio fascista. Il decollo imperialistico italiano, lungo i trent’anni del miracolo economico, avverrà dunque a partire da una condizione di deficit politico che ha origini secolari, e che pesa nelle riflessioni di carattere strategico di ambiti chiave dell'establishment nazionale.

Secondo Guido Carli, solo ricorrendo a un «vincolo esterno» si poteva, a partire dal secondo dopoguerra, «innestare nel ceppo della società italiana un insieme di ordinamenti che essa, dal suo intimo, non aveva la capacità di produrre». Firmando nel 1992 il Trattato di Maastricht, in qualità di mini­stro del Tesoro, Carli collocava così la propria azione in continuità con quella di Alcide De Gasperi, del quale raccoglieva simbolicamente il testi­mone. All'adesione dell'Italia al campo atlantico nel dopoguerra, che co­strinse Roma «a misurarsi con le più mature economie industriali», seguiva con Maastricht il nuovo «vincolo esterno»: l'«ancoraggio» all'Unione Europea e il trasferimento di sovranità da Roma a Bruxelles che esso com­portava [Cìnquant'anni di vita italiana, Laterza, 1993).

Giulio Conti, Squilibrio italiano e vincolo europeo, Milano 2019, Edizioni Lotta Comunista.

Guido Carli : Squilibrio politico e vincolo europeo



La questione è di lungo e persino di lunghissimo periodo. Le sue radici affondano fin negli esordi dell'era moderna, quando l'Italia è «nazione in ritardo» nell'unificazione statale. L'unità italiana, una volta mancato l'ap­puntamento col Cinquecento dell'assolutismo, dovrà attendere l'Ottocento borghese e la rottura dell'ordine nel sistema degli Stati europei, tra i cui varchi potrà giocare di sponda l'abilità politica di Cavour. Nel Novecento, il tormentato approdo alla democrazia imperialista attraverserà la crisi di fine secolo, le due guerre mondiali imperialiste e, tra di esse, il ventennio fascista. Il decollo imperialistico italiano, lungo i trent’anni del miracolo economico, avverrà dunque a partire da una condizione di deficit politico che ha origini secolari, e che pesa nelle riflessioni di carattere strategico di ambiti chiave dell'establishment nazionale.
Secondo Guido Carli, solo ricorrendo a un «vincolo esterno» si poteva, a partire dal secondo dopoguerra, «innestare nel ceppo della società italiana un insieme di ordinamenti che essa, dal suo intimo, non aveva la capacità di produrre». Firmando nel 1992 il Trattato di Maastricht, in qualità di mini­stro del Tesoro, Carli collocava così la propria azione in continuità con quella di Alcide De Gasperi, del quale raccoglieva simbolicamente il testi­mone. All'adesione dell'Italia al campo atlantico nel dopoguerra, che co­strinse Roma «a misurarsi con le più mature economie industriali», seguiva con Maastricht il nuovo «vincolo esterno»: l'«ancoraggio» all'Unione Europea e il trasferimento di sovranità da Roma a Bruxelles che esso com­portava [Cìnquant'anni di vita italiana, Laterza, 1993).

Giulio Conti, Squilibrio italiano e vincolo europeo, Milano 2019, Edizioni Lotta Comunista.

venerdì 4 ottobre 2019

A un passo dal nono fallimento dell’Argentina



Altroconsumo 




Altroconsumo Finanza numero 1331 si sofferma sull’Argentina.
La presidenza Macri, iniziata a dicembre 2015, ha tentato di portare avanti tagli e riforme, ma il Paese continua a spendere più di quanto si può permettere e la Banca centrale non riesce a tagliare l’inflazione ( che nel 2019 sarà del 43,7% ).
Non migliora le cose poi il rialzo dei tassi Usa che attira gl’investitori dei Paesi Emergenti all’acquisto di titoli americani ( più sicuri e abbastanza redditizi ). Risultato? Per finanziare il proprio debito in aumento l'Argentina deve pagare tassi d’interesse sempre più alti.
D’altronde, nelle primarie del mese scorso per le presidenziali del 27 ottobre Macri è rimasto minoritario rispetto ad Alberto Fernàndez, che si teme possa far tornare l'Argentina alle politiche fallimentari di cinque anni fa. Il pesos così è sceso nel solo mese di agosto del 25,1 % rispetto all'euro mentre la Borsa ha perso il 38,5 %. In queste condizioni all'Argentina non resta che trattare un nuovo prestito con il Fondo Monetario,  chiedere dilazioni nei pagamenti e bloccare la fuga di capitali all’estero.
Morale della favola?
Parecchi sono convinti che se uscissimo dall’euro potremmo stampare moneta nostra e, annegando il paese di carta moneta, dare sussidi, pensioni, fare qualsiasi tipo di investimenti, stabilire salari decenti e via discorrendo.
Beh! Nonostante sia un Paese emergente e quindi lontano dall’essere tra i paesi più sviluppati, l’Argentina ha una moneta sovrana e nessun vincolo internazionale, a parte quello del dover onorare i propri debiti. Potrebbe dunque inondare il paese di pesos eppure non lo fa. Non solo! E’ costretto a pregare il Fondo Monetario Internazionale perché gli impresti dei soldi. Denari che l’FMI darà a patto d’inviare esperti, imporre al paese un preciso numero di riforme e multe nel caso non venisse rispettato il programma stabilito.
Che vogliamo fare?

Le Nazioni da sole non ce la fanno



In un precedente post si è detto che secondo Tremonti l’Italia, nonostante il debito altissimo, è entrata nell’Unione Europea grazie all’appoggio interessato degl’industriali tedeschi che in tal modo avrebbero costretto l’Italia a smetterla di fare loro concorrenza sleale grazie alla svalutazione della lira.
Ora propongo un punto di vista diverso e più convincente in quanto è improbabile che uomini di vaglia e lo stesso  governo di centro-sinistra che più si battè per entrare nell’Unione non capissero che così facendo non sarebbe andata bene. Non si trattava di sprovveduti ( si parla di economisti del calibro di Mario Draghi, Guido Carli, Romano Prodi, eccetera ) e dunque per costoro il gioco doveva valere la candela.
Secondo Giulio Conti infatti : << .. La crisi ha reso evidenti i rischi per la tenuta dell'intera Unione provocati da un'insufficiente competitività in alcuni Stati membri   e all'opposto, i benefici di cui hanno goduto quei paesi che hanno portato  avanti riforme volte ad aumentare la produttività, come ad esempio Spagna o Grecia. Occorre, per Draghi, prendere atto che “ oggi i governi nazionali non sono in grado di esercitare pienamente la propria sovranità da soli “ semplicemente “ non sono abbastanza potenti”.
Le esperienze dell'Europa sul terreno fiscale, o quelle del Fondo moneta­rio internazionale, insegnano che una «disciplina imposta da un organismo sopranazionale» può rendere più semplice definire il dibattito sulle riforme a livello nazionale. A fianco degli esistenti criteri di convergenza, Draghi ritiene allora opportuno introdurre una serie di «criteri strutturali» da ri­spettare per entrare e rimanere nell'area euro. Per perseguire i propri obiet­tivi i paesi dell'area euro devono imparare a «essere sovrani insieme», portando avanti le necessarie riforme strutturali e non interrompendo il processo di consolidamento dei conti pubblici. .. >>.
Vi era dunque e vi è tuttora una frazione d’intellettuali oltre a industriali e uomini politici di grande spessore per cui il far parte dell’Europa poteva e può imprimere un indirizzo virtuoso a quei Paesi, tra cui il nostro, che da soli non potrebbero comunque farcela.


Bibliografia

Giulio Conti, Squilibrio italiano e vincolo europeo, Milano 2019, Edizioni Lotta Comunista.

venerdì 6 settembre 2019

Breve storia dei nei




Nei secoli passati gli esiti di malattie lasciavano spesso inestetiche cicatrici nel volto e, mancando una qualsiasi forma di chirurgia plastica si cominciò a nascondere le deturpazioni con nei artificiali. Ben presto la cosa divenne di moda nelle classi nobiliari e questo al punto che cominciarono ad adoperarne di forme diverse ( stelle, mezzelune, eccetera ). A Londra il metterli sulla guancia sinistra divenne distintivo dei tories e dei whigs su quella destra. Alla corte di Luigi XIV, addirittura, a seconda di dove la persona se li metteva ( in fronte, all’angolo dell’occhio, nel naso e così via ), le venivano attribuiti particolari qualità estetiche o simboliche.

a ) Riferimenti bibliografici


Desmond Morris, L’uomo e i suoi gesti, Milano, V edizione 1987, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.


giovedì 5 settembre 2019

Le personalità e le andature secondo la scuola bioenergetica




a  ) Colui che non sente il vento

Curioso è l’accenno alla tipologia delle persone basata sul modo di camminare delineata da dottor Caprioglio Vittorio, medico psicoterapeuta di orientamento Bioenergetico e Direttore, tra le altre cose,  di RIZA psicosomatica.
Secondo il nostro specialista ad alcuni viene normale mantenere eretto il proprio assetto grazie a un continuo arrangiamento armonizzante dei passi e dei rapporti fra le parti. In questo caso egli parla di una persona che “ non è influenzata dal ventoe che, come la canna di bambù,  si piega davanti a un ostacolo raddrizzandosi e tornando allo stato iniziale allorché il pericolo sia passato.
Può però capitare che una simile postura non venga naturale ma la persona la mantenga per darsi un contegno. Il tipo in questione  infatti, che sarebbe insicuro, affronta i nuovi eventi irrigidendo la colonna ( che alla lunga soffrirà d’indolenzimenti e artrosi ), e la muscolatura per parare gli eventuali colpi. Date simili premesse è ovvio che preferisca evitare novità e si trinceri dietro regole rassicuranti.

b ) Colui che va controvento

La definizione in questione si attaglia a coloro che camminano protendendo la testa in avanti e arretrando il bacino, si muovono basandosi sulla forza muscolare degli arti inferiori e non poggiano per intero sui piedi  ma solo sulla punta. Costoro avanzano con movimento oscillante come se dovessero dare “ spallate “ senza mai cambiare direzione, neppure di fronte agli ostacoli ed è tipico di persone caparbie. Tipico di questi tipi è il sentirsi cronicamente stanchi in quanto muovendosi in maniera così disequilibrata consumano molte energie. Cosa che, sebbene siano diffidenti, li costringe a cercare aiuto esterno.


c ) Colui che porta il bacino in avanti

Queste persone tendono ad avere il petto aperto, le spalle all’indietro  e ad  appoggiarsi sulla punta dei piedi piuttosto che su tutta la pianta. Il corpo è leggermente arcuato, come se “ avessero il vento in poppa “. Sembra non facciano fatica a camminare e, protendendo all’infuori il petto e il bacino piuttosto che la testa, ( sede della ragione ), privilegiano gli affetti e l’istinto.
Lo specialista autore del saggio sostiene che un tale andazzo, ordinato e senza sforzo, sia tipico di chi, a causa di circostanze favorevoli, non debba o non voglia faticare più del necessario. Aggiungerei che probabilmente si tratta di individui con un davanti prominente, cosa che li costringe a un certo tipo di camminata e a una minore scioltezza nei movimenti, nonché di persone sicure o comunque fiduciose nel prossimo ( ostentare il ventre significa  esporre a offese gli organi vitali del tronco ). L’andare avanti quasi per inerzia poi, porta a confusione e irritazione se ci si arresta o se ci si deve muovere in direzioni insolite e ci si sentirà stanchi  a ogni minimo sforzo.

d ) Colui che è come se fosse schiacciato a terra

Un personaggio del genere ha capo e corpo bene allineati nonché i piedi piatti poiché sostengono il peso del corpo.
L’autore lo definisce “ nessun vento “, e spiega che il suo incedere è orientato a terra ed è costituzionalmente piuttosto potente. E’ proprio questa sua forza a “ radicarlo a terra “ e a renderlo attivo, altruista e pratico.
Soffre di ipertensione e spesso di problemi agli arti inferiori.


e ) Colui che è soggetto a “ tutti i venti “

Lo studioso parla di una persona che non ha un rapporto fisso nell’allineamento di piedi, bacino e spalle, così come non vi è, a livello esistenziale, una visione autonoma delle cose del mondo. Più avanti lo descrive come  un “ molleggiato “ e dinoccolato che al tipico ancheggiare femminile aggiungerebbe lo spostamento ritmico delle spalle ( movimento maschile ). Lo definisce come tipico dell’età adolescenziale, quando per “ darsi un tono “ che in realtà non si possiede, si cerca di evidenziare la propria esuberanza fisica.

f ) Riferimenti bibliografici

Vittorio Caprioglio, Il linguaggio del corpo, Milano 3° ristampa 2005, Edizioni Riza S.p.A.