Perché l'uso del concetto di Paideia e di Cultura a 360°

Perché l'uso del concetto di Paideia e di cultura a 360°

Dall'iniziale esaltazione dell'aretè, ovvero il culto del coraggio, della valenza fisica e dell'astuzia, gli uomini di cultura e i politici greci vennero man mano delineando una più complessa idea di uomo valente. Costui infatti, accanto al coltivare l'àristoi, ossia l'essere prode, doveva curare : << .. Il padroneggiamento della parola ( .. ) qual segno della sovranità della mente .. >>, ( Werner Jaeger, Paideia, Milano II Edizione Bompiani Pensiero Occidentale 2011, RCS Libri S. p. A. ). E' così che il concetto greco di Paideia prese la sua forma definitiva.

Da allora sono passati più di 2000 anni ma la bellezza e il fascino della visione di come quei " grandi " ritenevano dovesse essere l'uomo ideale non solo non è sorpassata ma, stante la decadenza della nostra Società, è quanto mai attuale.

Ed egualmente fondamentale, oggi come allora è la determinazione delle qualità, virtù ed abilità che il soggetto d'elite debba aver maturato. Doti e nozioni che a mio parere possono rilevarsi soltanto cominciando a pubblicizzare e studiare quanto di meglio i ricercatori scientifici e i nostri " geni " abbiano scoperto nei loro studi attorno all'uomo e alla società.

.. Quanto al resto .. E' solo ciccia! ..

lunedì 15 luglio 2019

La Commissione e il Parlamento europeo



Ancora nel 2008 il professor Tremonti spiega che La Commissione europea è costituita da tanti commissari quante sono le nazioni facenti parte dell’Unione. Rappresentando ciascuno di essi il proprio stato è estremamente difficile che riescano a trovare un accordo su qualcosa. Nel momento in cui si arriva a uno stallo nelle deliberazioni continua ad avere la meglio l’attività burocratica. Non a caso sempre il nostro famoso studioso afferma ( in : Rischi fatali edito a Milano nel 2005 da Arnoldo Mondadori Editore S.p.A ), che essa è nata per fare : << .. Arbitraggi di carat­tere interno: «Europa su Europa». E non per tutelare e proiettare all'esterno i nostri interessi. Gli altri Paesi, i nostri concorrenti, vanno nel WTO con il loro governo. L'Europa ci va con un «commis­sario». Dietro il quale c'è un inefficiente meccanismo di burocrazia politica. .. >>.
Non solo! Per quanto riguarda i Ministri rappresentanti dei governi insediati nel Consiglio, visto infatti che ogni Stato indice ogni 4 o 5 anni le proprie elezione europee, ogni qual volta quelli si riuniscono almeno 4 o 5 sono in campagna elettorale paralizzando così il processo decisionale che cerca di risolvere l’impasse, quando ci riesce,  deliberando all’unani­mità.
Come ciliegina sulla torta vi si può aggiungere che il Parlamento europeo non ha iniziativa legislativa e dunque non gioca il ruolo che ha nelle nazioni europee.
L’Istituto in questione avrebbe certo un diverso peso se gli attribuisse «iniziativa legislativa» sulle materie che non sono più di competenza nazionale. In questo modo la Commissione Europea cesserebbe di essere la principale autorità legislativa e diventerebbe un'autorità di controllo e vigilanza.
La cosa tuttavia, visto che non è stata prevista  sottolinea che non era “ nelle corde “ di chi ha attuato l’Unione Europea creare un forte stato federativo continentale a difesa della concorrenza asiatica a Est e americana a Ovest. All’epoca del Trattato di Roma le potenze europee non erano affatto tallonate dalla concorrenza estera. Loro obiettivo era quello di favorire al massimo gli scambi intereuropei, creare opportunità interne di sviluppo, Favorire la formazione di grandi imprese e una lenta caduta di tutte quelle barriere che potevano ostacolare quanto sopra e questo onde evitare quelle frizioni che alla fine erano state la vera causa delle prima e seconda guerra mondiale.

a ) Bibliografia

Giulio Tremonti, La paura e la speranza, Milano 2008, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A..
Giulio Tremonti, Rischi fatali, Milano 2005, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A..



giovedì 4 luglio 2019

Comprare i nostri r titoli?




Secondo il professore Giulio Tremonti in Bugie e verità ( Milano 1° edizione 2014, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A ), nel 2014 il bilancio pubblico italiano stava migliorando. Ciò significherebbe che all’epoca l’Italia stava faticosamente risalendo la china.
La nostra spesa primaria infatti, ovvero la spesa pubblica non per interessi era già allineata o inferiore a quella delle altre principali economie europee e questo in quanto la spesa sanitaria era già un poco inferiore a quella europea mentre quella pensionistica si avviava a essere pari alla media del continente. Idem per la spesa per il pubblico impiego. Tant’è vero che a partire dal 2008 i dipendenti pubblici sono diminuiti e in sovrappiù sono pagati di meno. Di più non si sarebbe potuto fare dato l’impatto negativo del ciclo socio-economico.
Peccato che nel frattempo molti altri stati, causa la crisi, aumentavano il proprio indebitamento e, grazie al fatto che si trattava di paesi economicamente più forti, attraevano gl’investitori. Per farci prestare i capitali necessari quindi, non ci restava che aumentare la prospettiva di redditività dell’investimento offrendo interessi più alti, cosa che peggiorava il grado di solvibilità. Ciò faceva si che la nostra spesa per inte­ressi sul debito pubblico sia più o meno doppia rispetto a quella di altri Paesi e da allora a oggi è sicuramente aumentata.
La soluzione sarebbe abbattere il debito pubblico, cosa più facile a dirsi che a farsi e quando si comincia a discutere sui possibili tagli chi dovrebbe esserne vittima si rifiuta categoricamente di farlo adducendo che siano coloro che non pagano le tasse a farlo. Richiesta del tutto legittima che però risulta difficile da attuare, vuoi perché richiede notevoli energie da spendere, vuoi in quanto non è detto che a fronte di ciò il ricavato sia sufficientemente rilevante.
E’ normale allora che, chi potrebbe patire le conseguenze di una diminuzione di contribuzioni difenda la propria mercede gettando l’occhio invidioso su chi  possieda qualcosa in più ( milionario o povero cristo che sia ).
Ci si può fare un’idea del punto di vista di costoro riportando un piccolo aneddoto tratto Dal discorso di Mario Savio alla cerimonia di laurea del figlio Nadav ( Citato da : Enrico Deaglio, Patria 1978 - 2008, Milano 2009, Il Saggiatore S.P.A. ).
Mio padre mi raccontò la storia del comunista che va da don Peppino per convincerlo della bontà del comunismo. Don Peppino disse : << Voi dunque credete che tutti gli uomini dovrebbero dividersi la ricchezza in parti uguali? >>.
<< Esattamente, don Peppino >>.
<< Bene, allora io volentieri divido la mia proprietà e ve ne regalo la metà >>:
<< Oh, grazie don Peppino >>.
<< Però un’altra domanda. Cosa capita se tra un anno voi avete scialacquato la vostra parte? >>:
<< Oh, don Peppino, in quel caso bisognerà di nuovo dividere in due >>.
Detta così, papale papale, molti fautori della giustizia sociale non ci fanno una grande figura e non ce la fanno perché se opportunisti rivelano una natura gretta almeno quanto quella dei “ cattivoni egoisti “. Se idealisti una visione fuori della realtà. Ma torniamo alle cure con le quali si pensa di sradicare il debito nostrano.
E’ risaputo che l’italiano medio sia un gran risparmiatore, sia nell’eventualità di aiutare i propri figli a sistemarsi, sia per far fronte a eventi gravi e imprevedibili e nel 2014 questo patrimonio veniva calcolato ( i dati sono sempre ricavati dal sopraddetto libro del professor Giulio Tremonti ), in circa 8000 miliardi ( 5000 in immobili, 3000 in redditi d'impresa e finanziari ). Con una simile cifra si potrebbe azzerare il debito pubblico rimanendo ancora con più di 5000 miliardi di euro di ricchezza e pare che questo fattore ( ovvero il rapporto ricchezza privata – debito pubblico ), venga considerato anche in sede europea come un elemento probatorio importante della potenziale solvibilità di uno stato. Non è infatti la stessa cosa avere conti pubblici migliori ma cittadini  indebitati sino al collo.
Il fatto è però che su questa millantata ricchezza non è da farvi proprio conto. Tanto per cominciare dal 2014 ad adesso, tra mancati introiti finanziari, aumento delle spese, crac bancari, crisi immobiliare, licenziamenti e quant’altro è probabile che la prosperità privata si sia drasticamente ridotta. In secondo luogo il patrimonio privato è immobilizzato in investimenti da cui non sempre lo Stato può esigere alcunché. In terzo luogo se lo Stato accentuasse il suo prelievo fiscale in  maniera consistente parecchi privati sarebbero costretti a vendere le proprietà e i titoli. Ciò comporterebbe un eccesso di offerta e quindi un deprezzamento degli stessi che finirebbe per ridurre in modo esponenziale le entrate. Come se non bastasse banche, fondi pensioni, fondi d’investimento e quant’altro potrebbero decidere, onde evitare di registrare perdite importanti, di ritirarsi dall’investire in Italia mentre altri gruppi, forse anche più micidiali, potrebbero speculare sul ribasso, con effetti a catena disastrosi.
Senza contare che una volta bruciate le ricchezze private non si farebbe altro che aumentare il numero dei poveri che a loro volte non potrebbero far altro che invocare assistenza pubblica, incrementando nuovamente la spesa statale.
Il professor Tremonti, sempre nel libro citato, offre un’altra soluzione. Premesso che in quanto risparmiatori spesso si acquistano proprietà, titoli o azioni di società estere ( lo studioso afferma che ogni anno, almeno sino al 2014, gl’italiani comperino più di 40.000 case fuori dalla madre patria ), sarebbe bene convincerli ad acquistare i nostri titoli di stato. Se così facessero per altro si eviterebbero le manovre speculative  contro l’Italia che invece sono possibili “ ingrassando “ i portafogli degli stati esteri.
Certo investire all’estero non è sempre più redditizio che farlo in Italia ma resta comunque la sensazione che si tratti di una strada poco percorribile visto che i nostri titoli già allora erano considerati carta straccia e quindi altamente a rischio.  E’ improbabile infatti che gli italiani più prudenti, a meno che non vi siano costretti, rischino di perdere tutti i loro risparmi finanziando in massa il debito pubblico. Quei soldi rappresentano la loro assicurazione contro ogni brutta evenienza e la finanza insegna che in questo caso il migliore investimento è in titoli “ sicuri “. Senza contare che l’esperienza greca e argentina insegnano che quando lo Stato sia alla canna del gas una delle prime cose che fa, assieme all’inasprimento fiscale è decretare l’emissione di titoli di stato a lunga scadenza e a interessi ridicoli che sostituiscano quelli “ buoni “ detenuti. Non male vero come soluzione che salvaguardi i milioni di piccoli risparmiatori italiani!
Altre strade non sono percorribili a meno che non s’imbocchi quella suicida del tagliare drasticamente le spese socio assistenziali, previdenziali e pensionistiche. Ancor peggio andrebbe se fatte in un momento di crisi economica e sociale in un contesto di bilancio pubblico già tendente al pareggio : in questo caso si scatenerebbero grandi fenomeni recessivi.

Bibliografia


Giulio Tremonti, Bugie e verità, Milano 1° edizione 2014, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A

martedì 18 giugno 2019

Populismo



Nel momento in cui nostre merci hanno grosse difficoltà a essere vendute a fronte di quelle asiatiche il  nostro apparato produttivo è entrato in panne e il “ sistema “ ha cercato di recuperare i profitti perduti per mezzo della speculazione finanziaria. A lungo andare però pure il settore bancario è entrato in crisi perché nel gioco d’azzardo  qualcuno perde sempre e a questo punto le sofferenze della popolazione che non riesce ad arrivare a fine mese si riducono in richieste d’attenzioni che il mondo politico non può non raccogliere. Il problema però non sta tanto nel farsene carico quanto nelle possibilità di risoluzione. Nell’ultimo ventennio infatti sono stati premiati i partiti che man mano hanno fatto promesse elettorali più radicali salvo poi abbatterli sistematicamente nel momento in cui deludevano l’aumentato numero di elettori in difficoltà. D’altro canto comprenderne le difficoltà e proporre espedienti seducenti comporta anche l’uso di un linguaggio più popolare .
Dunque, se in tutti questi anni di politica i professori, con le loro complicatissime analisi, non hanno concluso niente e faticano a raccogliere consenso li si bypasserà proponendo soluzioni più spicce ( anche perché nel frattempo il malessere della gente si è acuito di molto ), che raccolgano l’immediata adesione.
Da qui la nostalgia del passato  e il dito puntato contro l’Europa e l’élite al potere.
Non che su ciò abbiano torto ma il fatto è che qualunque Masaniello salga al governo diverrà  gradualmente tracotante come chi l’ha preceduto e, riguardo l’Europa, all’epoca l’Unione  faceva gola a tutti. L’integrazione economica e finanziaria infatti abbatteva costi e costituiva occasione per investimenti più fruttuosi così come favoriva l’intensificazione del commercio interno laddove quello extraeuropeo era già in difficoltà a causa della concorrenza orientale. Senza contare, per quanto riguarda l’Italia, che l’entrata nell’Unione poteva comportare la possibilità di trattare maggiori possibilità di chance, garanzie o dilazioni  riguardo il proprio debito pubblico.
Vero è che le cose non sono andate proprio così bene ma è ancora da vedere se i prossimi “ capi “ riusciranno a fare meglio.

Bibliografia

Giulio Tremonti, Bugie e verità, Milano 1° edizione 2014, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A


mercoledì 5 giugno 2019

L’Italia è entrata nell’euro perché l’ha voluta la Germania



Il professor Giulio Tremonti sostiene che con la riunificazione delle due Germanie si temeva un rafforzamento tale di quel paese e del suo marco da mettere in seria difficoltà gli altri stati europei. Da qui, forse, una delle ragioni della nascita dell’euro ovvero di una moneta unica che stabilendo un cambio fisso marco – euro avrebbe azzerato la probabile  rivalutazione del marco sulle altre monete europee. D’altro canto  è possibile che la Germania abbia accettato di buon grado l’euro, vuoi per non vedere salire alle stelle il valore della propria moneta, che avrebbe potuto danneggiare l’export, vuoi ottenendo prestiti a tasso agevolato che sostenessero i costi della riunificazione.
D’altronde l’Unione Europea non è nata in seguito a una sottomissione delle nazioni vicine alla più potente bensì in seguito a interminabili riunioni a tavolino dei primi ministri. E’ dunque ovvio che i paesi accettassero di costruirla in base alla propria convenienza e che questa fosse soprattutto economica e finanziaria. Non è un caso che il suddetto professore ( in Giulio Tremonti, Bugie e verità, Milano 1° edizione 2014, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A ), definisca il politico francese Jean Monnet e il suo “ metodo “ fondato sul principio : «Fede­rate i loro portafogli, federerete i loro cuori», quale grande ispiratore della strategia del MEC.
Al di la di ciò comunque l’Italia non centrava nessuno dei criteri stabiliti per entrare nell’euro. Nonostante ciò gran parte del mondo economico nostrano lo reputava un fattore essenziale per la nostra crescita economica mentre per il Governo sarebbe stato un prestigioso risultato da sbandierare.
Coi nostri 60 milioni di abitanti e la seconda industria manifatturiera d’Europa del resto potevamo rappresentare un pilastro importante della nuova Comunità Europea mentre, d’altro canto, gli alleati erano spaventati dal nostro debito pubblico e dalle debolezze strutturali politiche e sociali.
Tenerci fuori dall’EU tuttavia risultava inviso a molti ambienti economici e politici tedeschi. Sino ad allora infatti le nostre esportazioni avevano beneficiato della svalutazione della lira. I nostri costi produttivi infatti erano molto alti ma le vendite “ tenevano “, sia grazie al prestigio del design italiano considerato fra i più belli al mondo, sia per il fatto che il prezzo delle nostre merci in dollari e marchi non costavano un granché.
Insomma, non è che l’entrata dell’Italia nell’euro sia dipesa dalla tanto decantata abilità dei politici al governo quanto dagli ambienti industriali e finanziari tedeschi e non. Per costoro infatti  la scelta del Governo italiano di svalutare scientemente la valuta italiana per rendere più appetibili i nostri prodotti era considerata concorrenza sleale e dato che portava miliardi di perdite alle aziende di quegli stati li determinava a facilitarne l’entrata italiana nell’Unione.
In questo modo anche noi avremmo dovuto accettare un cambio fisso e a quel punto la nostra Banca centrale non avrebbe più potuto avvantaggiare l’export svalutando la lira a suo piacimento. Così facendo il costo delle merci italiane sarebbe stato simile se non superiore a quelle concorrenti e quindi questi sarebbero risultati più appetibili.
Non è un caso che nel corso di una riunione tenutasi sul lago Lemano i grandi esponenti dell’industria tedesca avessero predetto che una volta che l’industria italiana fosse entrata nell’euro sarebbe stata strangolata dal cambio fisso.
Acquistato il beneplacito europeo alla nostra entrata nell’Unione anche lo spread, ovvero l’interesse pagato in più per collocare i nostri titoli pubblici rispetto a quelli tedeschi, sarebbe sceso. Questo in quanto l’accettazione nel consesso europeo avrebbe funzionato da garante della nostra solvibilità. Il risultato favorevole ovviamente aveva alimentato il consenso attorno ai fautori dell’adesione alla UE che quindi si apprestarono di buon grado ad approntare le indispensabili correzioni di bilancio volte a limitare, entro la metà del 1998, la crescita annua del debito pubblico al 3% del PIL.
I tedeschi lo ottennero gonfiando il bilancio e diluendo così l’incidenza del debito, con le riserve aurifere, i francesi inserendo nella contabilità pubblica i fondi pensione, noi, sia diminuendo gl’investimenti pubblici ( anche se però la spesa pubblica corrente ha continuato a salire ), sia contabilizzando diversamente i contributi INPS, sia con l’incremento delle tasse, tra cui la cosiddetta “ eurotassa “.
L’entità del nostro “ rosso “ però era così alto che tali manovre non bastavano a centrare i parametri stabiliti a Maastricht. Tanto più poi che l’abbassamento dei tassi d’interesse non era rapido poiché una parte consistente dei nostri Titoli di Stato aveva ed ha durata pluriennale. Ciò significava che il saggio richiesto per essi avrebbe rallentato per alcuni anni la sua discesa complessiva.
Si ritenne così necessario ricorrere ad operazioni finanziarie altamente  speculative, ovvero facendosi imprestare somme molto grosse a fronte di 'opzioni swap sui tassi d'interes­se. Ciò comportava il poter presentare in bilancio entrate consistenti che “ diluivano “ in percentuale la consistenza del debito impegnandosi a pagare alla scadenza di queste cosiddette  swaption cifre disastrose nel caso che non si fosse riusciti a centrare l’opzione più favorevole. Nacquero così, scrive il noto professore ( in Rischi fatali, edito a Milano nel 2005 da Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. ), i : << .. Segretissimi “ derivati per l'Europa “ .. >>.
Senza quei pastrocchi, sostiene ancora il noto studioso e uomo politico, l’andamento del PIL di quegli anni non sarebbe stato tale da giustificare entrate così alte come quelle presentate in bilancio. Senza contare poi che queste “ manovre “, che erano rese necessarie dalla nostra debolezza finanziaria, erano risapute dai nostri alleati  e li preoccupava riguardo , la nostra solvibilità al punto da costringerci ad accettare condizioni di cambio lira – euro molto penalizzanti.
In conclusione, da che mondo è mondo chi pecora si fa il lupo se la mangia e noi essendo una potenza di serie B, la cui classe dirigente per di più non è d’accordo su niente, siamo ancora più appetibili da spartire nei banchetti ove sono invitati i grandi.

b ) Bibliografia

Giulio Tremonti, Bugie e verità, Milano 1° edizione 2014, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A
Giulio Tremonti, Rischi fatali, Milano 2005, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A..

lunedì 3 giugno 2019

Inquinamento


  

Secondo i dati del professor Tremonti ( in : La paura e la speranza, edito a Milano nel 2008 da Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. ), nel 2030 la domanda globale di energia sarà superiore a oggi del 50% e l’80% di essa continuerà a riguardare i combustibili fossili.
Sempre nel 2030 è probabile che il consumo asiatico di quella superi quello europeo e che la Cina sia diventata già dal primo ventennio del secolo il più grande divoratore di energia del mondo. L’India ovviamente farà la sua parte e grazie a tutto ciò si presume che il prezzo del petrolio sarà, come minimo, sopra i 60 dollari al barile e che la maggior parte di questo verrà prodotto in aree instabili del mondo.
Date simili premesse è scontato che l’inquinamento e le emissioni di anidride carbonica diventino drammatiche così come  a noi europei non consolerà il sapere che i due terzi del loro aumento sia imputabile a USA, Russia Cina e India e che fra questi campioni spicchino come al solito Pecchino e Nuova Delhi.
Com’è risaputo a quel punto l’effetto previsto da molti scienziati sarà drammatico : le temperature aumenteranno di tre, quattro gradi, gli oceani si innalzeranno di 60 centimetri, regioni temperate conosceranno climi polari e viceversa, diminuiranno le riserve di acqua potabile e s’innescheranno tutta una serie di eventi atmosferici devastanti.
Inutile strapparsi i capelli, sino a quando ci vorranno non so quante centinaia di pale eoliche e quanti chilometri quadrati di pannelli solari per il fabbisogno energetico di una cittadina media non sarà possibile fare granché. E aggrapparsi, quali rimedi ottimali, alla raccolta differenziata, alle macchine elettriche, al risparmio termico nelle abitazioni e quant’altro saranno solo palliativi il cui maggior costo risulterà insostenibile alle classi meno abbienti.
I paesi emergenti del resto al momento se ne fregano dell’ambiente : la loro maggior preoccupazione va a cercare di stare finalmente meglio e sono ben contenti se gli europei, che hanno sviluppato una certa qual sensibilità alle tematiche ecologiche, stabiliscono rigorose regole interne volte a migliorare la qualità della vita. I costi di quest’operazione del resto si rifletteranno in maniera considerevole sul prezzo dei loro prodotti e ciò renderà ancor più convenienti i prodotti avversari.
Sperando che abbiano ragione quei tanti studiosi che sostengono che buona parte del riscaldamento globale dipenda dall’aumentata attività solare, bisogna comunque considerare il fatto che siamo in 12 miliardi a calpestare la superficie terrestre e che una tale massa, per il solo fatto che respiri, beva e cerchi di sopravvivere, così come vuole il nostro primordiale istinto, non può che imprimere delle modifiche ambientali tali da squilibrarlo.
Sempre che non si decida di rimediare alla sovrappopolazione innescando un terzo conflitto mondiale, soluzione tutt’altro che impossibile anche se razionalmente assurda. .. Ed è purtroppo attuabile perché l’individuo, se messo alle  strette dà la priorità, grazie alla sua “ programmazione istintuale “, alla propria sopravvivenza e non si farà scrupolo, pur di riuscirvi, di trucidare, bruciare, torturare, gassare e bombardare chi lo ostacoli.
Cosa dite : l’ambiente ne avrà dei benefici?
E’ pure difficile che a un certo punto si scelga di buon grado di abbandonare la vita civile per ritornare a vivere come una volta, senza denaro e mezzi, facendo solo uso di quello che fornisce la natura. Se non sbaglio nei secoli passati l’insalata era molto saporita e senza veleni ma ciò nonostante la vita media di un uomo non superava i 20-30 anni. Com’è possibile se quello che mangiavamo era tutto naturale e senza pesticidi?
Qui qualcuno non ha capito un cazzo, credetemi!

b ) Bibliografia

Giulio Tremonti, La paura e la speranza, Milano 2008, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A..


domenica 19 maggio 2019

Il decadentismo politico europeo


a ) L’uomo ha bisogno di credere a  valori forti per dare il meglio

Nonostante che per decenni la Cina abbia professato l’ateismo di stato pare che la Bibbia stia per diventare il best seller dei giovani cinesi. Sembrerebbe quindi che le nuove leve, disilluse dall’esperienza del comunismo reale siano alla ricerca di una visione dell’uomo e del mondo che sia in grado di avvincerli e dedicarvisi con passione.
E’ normale che una nazione sia unita dalla lingua, dalla legge e dal governo ma se oltre a ciò la popolazione condivide valori morali elevati e grandi intenti  allora opererà con una determinazione decuplicata rispetto a quella che anima i popoli meno motivati. Era questo il segreto che conquistava i romani quando i primi cristiani affrontavano con stoicismo la morte ed è con la stessa foga che gl’islamici radicalizzati sacrificano la propria vita per l’Islam.
E’ un peccato che gli europei e gl’Italiani in particolare non siano pervasi da altro credo che non sia quello utilitaristico.
Del resto fu proprio il non credere ad alcun valore che rese noi italiani così poco coesi da divenire facili marionette in mano alle nazioni  pur meno civili che ci conquistarono. Né meno umiliante è il ricordarci di essere giunti  a un punto tale di decadimento che sembrava del tutto normale affermare senza remore : << .. Franza o Spagna, purché se magna .. >>.
L’Italia del resto ha avuto due momenti storici di vera grandezza: uno con l’impero romano, l’altro con l’Umanesimo e il Rinascimento ma essendo stati intervallati da tanti secoli di vita di uomini e governi deboli, gretti e profittatori non è certo possibile affermare che si possegga un DNA geniale. Crederlo, come pare venga affermato nel libro di Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti intitolato Rinascimento, prima edizione a Milano nel 2017 dalla  Baldini & Castoldi s.r.l., pare una boutade. Certo non li si può certo rimproverare se a loro avviso queste fantastiche memorie dovrebbero indurci a operare conseguentemente ma il dubbio è che si tratti di un mero tratto illusorio.
A mio avviso dunque e a differenza dei due autori sopra citati, il Rinascimento sa­rebbe solo stato : << .. Una primavera precoce quasi subito ricancellata dalla neve ..  >>, (Nietzsche, Umano troppo umano,).

b ) Con il benessere l’uomo scambia la precarietà dell’esistenza con il diritto a essere  

In verità il destino dell’uomo non è particolarmente felice. Nei tempi antichi questi era falciato da malattie, carestie, assalti di animali selvaggi e tribù nemiche, nonché da avversità di ogni tipo. Sopravvivere sino al giorno dopo era un miracolo e propiziarsi gli dei non era che darsi la speranza che la fortuna durasse pure il giorno successivo.
Se fossimo all’indomani della fine della seconda guerra mondiale credo che non faticherei a trovare persone d’accordo con me. 45 milioni di morti, trilioni di danni materiali, milioni di persone rese invalide, altrettante affette da stress post traumatico, orfani e via dicendo ne sarebbero la testimonianza evidente.
Non è un caso che la generazione italiana del secondo dopoguerra risultasse fatalista, diffidente, ossequiosa alla gerarchia ma anche “ dura “, “ ostinata “. La sua fortuna fu conoscere l’inizio di una crescita economica tumultuosa che prese il nome di miracolo economico ed è un peccato che le leve seguenti, che godettero appieno il relativo benessere, non riconobbero la grandezza della loro modestia e finissero ben presto per collidere con i genitori. A quei figli infatti, più istruiti e benestanti, risultava ostica la frugalità, la meticolosità ossessiva che animava  la cura delle poche carabattole familiari. Non dovendo trascinarsi dietro le ferite e/o i terribili ricordi legati all’esperienza del conflitto mondiale erano solo desiderosi di cogliere le prospettive insite nella nuova realtà e non avevano assolutamente voglia di rinchiudersi nel grigiore della vita dei genitori.
Ma è nel ’68 che si opera la grande cesura generazionale. Favoriti da un mirabolante periodo di reviviscenza politica i giovani, più ottimisti e sicuri di sé ingrossano le fila dei partiti o comunque dell’opinione pubblica favorevole a politiche riformiste, all’allargamento dei diritti civili, al pacifismo, all’affermazione della giustizia, alla difesa dell’ambiente, alle rivendicazioni salariali. Del resto si stava vivendo il sogno, seppur tra alti e bassi, del periodo di crescita economica più lungo che vi sia mai stato ed è logico che il fenomeno alimenti l’illusione della potenza umana. Le meravigliose scoperte scientifiche dell’ultimo cinquantennio del resto, che hanno dato luogo a innovazioni tecnologiche di enorme valore non hanno fatto che cementare quella sicumera.
Le generazioni ancora successive hanno poi addirittura goduto di una maggiore benevolenza da parte dei genitori nonché di una sempre più pressante presentazione ideale della realtà. Ciò, sia grazie ai media che pubblicizzano in maniera più appetibile luoghi, situazioni e persone. Sia per mezzo dei grandi uomini di cultura che pontificano sulle misure di civiltà da prendere, sia mediante internet e i social che sventolano davanti ai nostri occhi una dimensione diversa, dove si viene facilmente indotti a pensare che l’uomo sia il perno del mondo.
Peccato che questa non sia la verità. Per quanto le aspettative della gente, ovvero l’estensione dei diritti e dei benefici al resto del mondo siano nobili, non bisogna dimenticare che la nostra attuale predominanza non è altro che un “ incidente di percorso “, perché la norma è che si costituisca un fatto accidentale interno al moto di quell’unico protagonista mondiale che viene chiamato impropriamente Universo.
Continuiamo infatti a morire per malattia o per mano dei nemici. Le carestie e le calamità naturali sono sempre dietro l’angolo e non è detto che si riesca a superare il prossimo disastro o conflitto che sia. Nulla può non indurci a pensare che possa capitarci come ai dinosauri e che, come nel loro caso, magari fra milioni di anni i turisti di chissà quale mondo vadano nei loro musei a vedere le nostre povere ossa e i manufatti ritrovati.

c ) La decadenza dell’Occidente   

In un simile contesto parrebbe fuori luogo illudersi di essere altro che grani di sabbia sparsi sulla terra, eppure così non è. Ci si reputa così potenti da ritenere che siano le nostre attività egoistiche a creare pericolosi squilibri sulla superficie terrestre dimenticando che l’esistenza di dodici miliardi di persone alla mera ricerca del cibo quotidiano comportano un naturale impoverimento del terreno e incrementano a dismisura il rischio di conflitti.
La differenza fra i due punti di vista può non sembrare marcata ma è comunque netta : il primo è quello di chi considera l’uomo il reggitore del destino terrestre grazie alla propria intelligenza e attività. Cosa che per altro fa si che chi ne sia convinto sia pure certo della propria personale superiorità nei confronti della società.
L’altro è un punto di vista più fatalistico dove il nostro voler fare ed essere non è visto come valevole più di tanto. Quale dei due è più aderente alla realtà? Non è facile rispondere alla domanda se non facendo una premessa : in una società benestante com’è ancora l’attuale le modalità operative individuali che vanno per la maggiore sono l’acquisizione di oggetti superflui e/o sempre maggiori comodità, cosa che per altro è rispondente al nostro sistema produttivo che continuando a proporre prodotti con maggiori potenzialità spera di allontanare la temuta crisi di sovrapproduzione.
Ma siamo propri sicuri  che continuando così non andremo comunque a sbattere la faccia contro l’esasperazione della concorrenza internazionale e quindi l’esplosione di nuove guerre regionali? Saremo in grado di affrontarle? Sara facile adattarsi alla situazione per individui abituati alle soluzioni più facili e comode, ad armadi pieni di capi all’ultima moda, che spendono centinaia di euro dal barbiere, dal tatuatore, dall’estetista, dal chirurgo estetico?. Potremo fare a meno dei preziosi smartphone, delle 3 o 4 TV che si ha a casa, della lavasciuga, della lavapiatti? E le ferie e i riposi a fine settimana?  Riusciremo a trovare appoggi adeguati in un contesto dove ai legami di sangue non si sta dando nessuna importanza, dove non esiste più vera amicizia, ovvero quella che è per sempre e ti spinge ad aiutare in tutti i modi possibili l’amico? Reggeremo lo stress e la paura vera che è ben altra cosa da quella indotta dai videogame o dai film dell’orrore?  Saremo capaci di lavorare intensamente senza riposo e così via?
Studi medici, tanto per fare un paio di esempi eclatanti, hanno accertato che i nostri giovani hanno mediamente meno forza nelle braccia rispetto ai coetanei delle generazioni precedenti ( segno che hanno meno bisogno di adoperarle per ottenere quanto serve ). D’altro canto esponenti di spicco dell’esercito britannico lamentavano tempo addietro di non trovare abbastanza candidati per rimpinguare i ranghi dei reggimenti di Sua Maestà. I giovani che si presentano a quanto pare sono obesi e troppo agiati per sopportare i sacrifici e i pericoli abituali che la vita del soldato comporta.
Siamo insomma una generazione perfettamente in regola per usufruire della vita agiata che è possibile condurre in una società avanzata, ovvero in un contesto civile, che prevede l’integrazione del diverso quale potenziale nuovo cliente.
Ci manca tuttavia la forza, la chiarezza d’idee e la determinazione dei nostri padri che, sebbene bistrattati e criticati, bene o male hanno posto le fondamenta del benessere di cui godiamo. Sapremo difenderlo?