Perché l'uso del concetto di Paideia e di Cultura a 360°

Perché l'uso del concetto di Paideia e di cultura a 360°

Dall'iniziale esaltazione dell'aretè, ovvero il culto del coraggio, della valenza fisica e dell'astuzia, gli uomini di cultura e i politici greci vennero man mano delineando una più complessa idea di uomo valente. Costui infatti, accanto al coltivare l'àristoi, ossia l'essere prode, doveva curare : << .. Il padroneggiamento della parola ( .. ) qual segno della sovranità della mente .. >>, ( Werner Jaeger, Paideia, Milano II Edizione Bompiani Pensiero Occidentale 2011, RCS Libri S. p. A. ). E' così che il concetto greco di Paideia prese la sua forma definitiva.

Da allora sono passati più di 2000 anni ma la bellezza e il fascino della visione di come quei " grandi " ritenevano dovesse essere l'uomo ideale non solo non è sorpassata ma, stante la decadenza della nostra Società, è quanto mai attuale.

Ed egualmente fondamentale, oggi come allora è la determinazione delle qualità, virtù ed abilità che il soggetto d'elite debba aver maturato. Doti e nozioni che a mio parere possono rilevarsi soltanto cominciando a pubblicizzare e studiare quanto di meglio i ricercatori scientifici e i nostri " geni " abbiano scoperto nei loro studi attorno all'uomo e alla società.

.. Quanto al resto .. E' solo ciccia! ..

domenica 19 maggio 2019

Il decadentismo politico europeo


a ) L’uomo ha bisogno di credere a  valori forti per dare il meglio

Nonostante che per decenni la Cina abbia professato l’ateismo di stato pare che la Bibbia stia per diventare il best seller dei giovani cinesi. Sembrerebbe quindi che le nuove leve, disilluse dall’esperienza del comunismo reale siano alla ricerca di una visione dell’uomo e del mondo che sia in grado di avvincerli e dedicarvisi con passione.
E’ normale che una nazione sia unita dalla lingua, dalla legge e dal governo ma se oltre a ciò la popolazione condivide valori morali elevati e grandi intenti  allora opererà con una determinazione decuplicata rispetto a quella che anima i popoli meno motivati. Era questo il segreto che conquistava i romani quando i primi cristiani affrontavano con stoicismo la morte ed è con la stessa foga che gl’islamici radicalizzati sacrificano la propria vita per l’Islam.
E’ un peccato che gli europei e gl’Italiani in particolare non siano pervasi da altro credo che non sia quello utilitaristico.
Del resto fu proprio il non credere ad alcun valore che rese noi italiani così poco coesi da divenire facili marionette in mano alle nazioni  pur meno civili che ci conquistarono. Né meno umiliante è il ricordarci di essere giunti  a un punto tale di decadimento che sembrava del tutto normale affermare senza remore : << .. Franza o Spagna, purché se magna .. >>.
L’Italia del resto ha avuto due momenti storici di vera grandezza: uno con l’impero romano, l’altro con l’Umanesimo e il Rinascimento ma essendo stati intervallati da tanti secoli di vita di uomini e governi deboli, gretti e profittatori non è certo possibile affermare che si possegga un DNA geniale. Crederlo, come pare venga affermato nel libro di Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti intitolato Rinascimento, prima edizione a Milano nel 2017 dalla  Baldini & Castoldi s.r.l., pare una boutade. Certo non li si può certo rimproverare se a loro avviso queste fantastiche memorie dovrebbero indurci a operare conseguentemente ma il dubbio è che si tratti di un mero tratto illusorio.
A mio avviso dunque e a differenza dei due autori sopra citati, il Rinascimento sa­rebbe solo stato : << .. Una primavera precoce quasi subito ricancellata dalla neve ..  >>, (Nietzsche, Umano troppo umano,).

b ) Con il benessere l’uomo scambia la precarietà dell’esistenza con il diritto a essere  

In verità il destino dell’uomo non è particolarmente felice. Nei tempi antichi questi era falciato da malattie, carestie, assalti di animali selvaggi e tribù nemiche, nonché da avversità di ogni tipo. Sopravvivere sino al giorno dopo era un miracolo e propiziarsi gli dei non era che darsi la speranza che la fortuna durasse pure il giorno successivo.
Se fossimo all’indomani della fine della seconda guerra mondiale credo che non faticherei a trovare persone d’accordo con me. 45 milioni di morti, trilioni di danni materiali, milioni di persone rese invalide, altrettante affette da stress post traumatico, orfani e via dicendo ne sarebbero la testimonianza evidente.
Non è un caso che la generazione italiana del secondo dopoguerra risultasse fatalista, diffidente, ossequiosa alla gerarchia ma anche “ dura “, “ ostinata “. La sua fortuna fu conoscere l’inizio di una crescita economica tumultuosa che prese il nome di miracolo economico ed è un peccato che le leve seguenti, che godettero appieno il relativo benessere, non riconobbero la grandezza della loro modestia e finissero ben presto per collidere con i genitori. A quei figli infatti, più istruiti e benestanti, risultava ostica la frugalità, la meticolosità ossessiva che animava  la cura delle poche carabattole familiari. Non dovendo trascinarsi dietro le ferite e/o i terribili ricordi legati all’esperienza del conflitto mondiale erano solo desiderosi di cogliere le prospettive insite nella nuova realtà e non avevano assolutamente voglia di rinchiudersi nel grigiore della vita dei genitori.
Ma è nel ’68 che si opera la grande cesura generazionale. Favoriti da un mirabolante periodo di reviviscenza politica i giovani, più ottimisti e sicuri di sé ingrossano le fila dei partiti o comunque dell’opinione pubblica favorevole a politiche riformiste, all’allargamento dei diritti civili, al pacifismo, all’affermazione della giustizia, alla difesa dell’ambiente, alle rivendicazioni salariali. Del resto si stava vivendo il sogno, seppur tra alti e bassi, del periodo di crescita economica più lungo che vi sia mai stato ed è logico che il fenomeno alimenti l’illusione della potenza umana. Le meravigliose scoperte scientifiche dell’ultimo cinquantennio del resto, che hanno dato luogo a innovazioni tecnologiche di enorme valore non hanno fatto che cementare quella sicumera.
Le generazioni ancora successive hanno poi addirittura goduto di una maggiore benevolenza da parte dei genitori nonché di una sempre più pressante presentazione ideale della realtà. Ciò, sia grazie ai media che pubblicizzano in maniera più appetibile luoghi, situazioni e persone. Sia per mezzo dei grandi uomini di cultura che pontificano sulle misure di civiltà da prendere, sia mediante internet e i social che sventolano davanti ai nostri occhi una dimensione diversa, dove si viene facilmente indotti a pensare che l’uomo sia il perno del mondo.
Peccato che questa non sia la verità. Per quanto le aspettative della gente, ovvero l’estensione dei diritti e dei benefici al resto del mondo siano nobili, non bisogna dimenticare che la nostra attuale predominanza non è altro che un “ incidente di percorso “, perché la norma è che si costituisca un fatto accidentale interno al moto di quell’unico protagonista mondiale che viene chiamato impropriamente Universo.
Continuiamo infatti a morire per malattia o per mano dei nemici. Le carestie e le calamità naturali sono sempre dietro l’angolo e non è detto che si riesca a superare il prossimo disastro o conflitto che sia. Nulla può non indurci a pensare che possa capitarci come ai dinosauri e che, come nel loro caso, magari fra milioni di anni i turisti di chissà quale mondo vadano nei loro musei a vedere le nostre povere ossa e i manufatti ritrovati.

c ) La decadenza dell’Occidente   

In un simile contesto parrebbe fuori luogo illudersi di essere altro che grani di sabbia sparsi sulla terra, eppure così non è. Ci si reputa così potenti da ritenere che siano le nostre attività egoistiche a creare pericolosi squilibri sulla superficie terrestre dimenticando che l’esistenza di dodici miliardi di persone alla mera ricerca del cibo quotidiano comportano un naturale impoverimento del terreno e incrementano a dismisura il rischio di conflitti.
La differenza fra i due punti di vista può non sembrare marcata ma è comunque netta : il primo è quello di chi considera l’uomo il reggitore del destino terrestre grazie alla propria intelligenza e attività. Cosa che per altro fa si che chi ne sia convinto sia pure certo della propria personale superiorità nei confronti della società.
L’altro è un punto di vista più fatalistico dove il nostro voler fare ed essere non è visto come valevole più di tanto. Quale dei due è più aderente alla realtà? Non è facile rispondere alla domanda se non facendo una premessa : in una società benestante com’è ancora l’attuale le modalità operative individuali che vanno per la maggiore sono l’acquisizione di oggetti superflui e/o sempre maggiori comodità, cosa che per altro è rispondente al nostro sistema produttivo che continuando a proporre prodotti con maggiori potenzialità spera di allontanare la temuta crisi di sovrapproduzione.
Ma siamo propri sicuri  che continuando così non andremo comunque a sbattere la faccia contro l’esasperazione della concorrenza internazionale e quindi l’esplosione di nuove guerre regionali? Saremo in grado di affrontarle? Sara facile adattarsi alla situazione per individui abituati alle soluzioni più facili e comode, ad armadi pieni di capi all’ultima moda, che spendono centinaia di euro dal barbiere, dal tatuatore, dall’estetista, dal chirurgo estetico?. Potremo fare a meno dei preziosi smartphone, delle 3 o 4 TV che si ha a casa, della lavasciuga, della lavapiatti? E le ferie e i riposi a fine settimana?  Riusciremo a trovare appoggi adeguati in un contesto dove ai legami di sangue non si sta dando nessuna importanza, dove non esiste più vera amicizia, ovvero quella che è per sempre e ti spinge ad aiutare in tutti i modi possibili l’amico? Reggeremo lo stress e la paura vera che è ben altra cosa da quella indotta dai videogame o dai film dell’orrore?  Saremo capaci di lavorare intensamente senza riposo e così via?
Studi medici, tanto per fare un paio di esempi eclatanti, hanno accertato che i nostri giovani hanno mediamente meno forza nelle braccia rispetto ai coetanei delle generazioni precedenti ( segno che hanno meno bisogno di adoperarle per ottenere quanto serve ). D’altro canto esponenti di spicco dell’esercito britannico lamentavano tempo addietro di non trovare abbastanza candidati per rimpinguare i ranghi dei reggimenti di Sua Maestà. I giovani che si presentano a quanto pare sono obesi e troppo agiati per sopportare i sacrifici e i pericoli abituali che la vita del soldato comporta.
Siamo insomma una generazione perfettamente in regola per usufruire della vita agiata che è possibile condurre in una società avanzata, ovvero in un contesto civile, che prevede l’integrazione del diverso quale potenziale nuovo cliente.
Ci manca tuttavia la forza, la chiarezza d’idee e la determinazione dei nostri padri che, sebbene bistrattati e criticati, bene o male hanno posto le fondamenta del benessere di cui godiamo. Sapremo difenderlo?


giovedì 9 maggio 2019

Forze d'intervento rapido



Ragioni d’economia all’interno di un netto peggioramento del quadro geopolitico costringono le grandi potenze occidentali e il “ Pentagono “ a rendere più incisivo un eventuale intervento militare.
Mi rifaccio qui a quanto affermato in un Libro di Carlo Jean e Giulio Tremonti intitolato Guerre stellari edito a Milano nel 2000 dalle Edizioni Franco Angeli. Vero è che il quadro presentato nel testo è vecchiotto e che quindi sicuramente saranno state adottate nuove e diverse tattiche ma è altrettanto certo che la linea di base dovrebbe ancora valere.
Punto di forza dell’esercito USA infatti è tuttora la supremazia nelle : << .. Tecnologie d’informazioni e dell'integrazione sistemica .. >>, collegate a : << .. Sistemi d'arma di grande gittata e precisione .. >>, fatto che rende possibile affondi “ chirurgici “ agli obiettivi militari e industriali del nemico diminuendo l’impiego massiccio di uomini e mezzi che conquistino le regioni ostili. Utilizzo che per altro necessita del relativo trasporto in zona operativa con dispendio di tempo, navi e aerei nonché con il pericolo che gli stessi vengano intercettati e colpiti, oppure attirino su di sé l’astio delle popolazioni locali.
Gli USA e questo per lo meno sino al mandato presidenziale di Trump, in caso di conflitto avrebbero cercato, in primis, di coinvolgere i governi europei trasformando così la NATO in una specie di alleanza militare a valenza globale nonché di legittimare il proprio intervento militare : << .. Senza espliciti mandati del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Quest'ultimo, quindi, vedrebbe ridimensionato il pro­prio ruolo di tutore dell'ordine e della pace internazionale, che d'altronde è sempre stato più teorico che reale .. >>.
Da un punto di vista più strettamente operativo la capillare rete informativa e integrata, oltre a consentire di colpire obiettivi strategici senza bisogno di costosissime campagne militari terrestri, permetterebbe pure l’impiego di gruppi di forze speciali più piccole che penetrino in profondità nel territorio nemico e utilizzino una grande potenza di fuoco. Il concentrarsi quasi esclusivamente a colpire i centri nevralgici del nemico poi, ridurrebbe pure i danni “ collaterali “, inflitti al territorio e alla popolazione avversaria.
L’obiettivo del “ Pentagono “ dunque, quale che sia la tattica adottata, volge a risolvere rapida­mente un conflitto : << .. Regionale maggiore .. >>, contrattaccando con la potenza necessaria ad annientare il nemico. Ciò ovviamente non può escludere la riconquista di territori perduti per mezzo di operazioni : << .. Aero-terrestri di ampie di­mensioni, con elevati costi, perdite e tempi di esecuzione .. >>, ma la potenza e la precisione delle armi a lunga gittata USA può consentire ottimi risultati con una diminuzione degli effettivi dell’esercito a 500.000 uomini dal milione e mezzo che erano a fine ‘900.
L’obiettivo agognato dallo Stato Maggiore americano è lo spostamento di questa forza d’intervento rapida in pochi giorni in qualsiasi parte del mondo per mezzo di : << .. Aerotrasporti strategici .. >>.
L’attacco delle forze USA poi sarebbe preceduto dalla distruzione e dalla paralisi dei sistemi di comando e controllo del nemico anche per mezzo d’intrusione informatica ( strategia ormai pienamente maturata  negli ultimi conflitti che hanno visto gli americani protagonisti ).
All’epoca della stampa del libro sopra citato, da cui traggo queste informazioni, si stava valutando la possibilità d’integrare la paralisi elettronica delle comunicazioni nemiche con bombardamenti effettuati dalla cosiddetta  : << .. Artiglieria globale .. >>. Non so se a tutt’oggi si sia realizzato il progetto descritto ma mi pare interessante riportarlo. Questa artiglieria sarebbe : << .. Schierata nel territorio degli Stati Uniti ( 6 super-cannoni sulla costa del Pacifico e 6 su quella dell'Atlan­tico). .. >>, e : << .. Capace di colpire in 30-40 minuti qualsiasi punto del globo, con proiettili da 1000 libbre dotati di sub-munizioni intelligenti auto-guidate, cioè capaci di ricercare e colpire autonomamente gli obiettivi per i quali tali sub-munizioni sono state programmate. Tali proiettili verrebbero spa­rati da ciascun cannone con una celerità di 2-6 colpi l’ora. Nel comples­so, l'artiglieria strategica globale avrebbe la capacità di lanciare ogni gior­no 480 tonnellate di munizioni letali e non letali (effetti suono, luce o im­pulso elettromagnetico) per colpire le infrastrutture e le sedi di governo e amministrative, oltre che le forze d'invasione.
Il grande vantaggio dei cannoni rispetto ai missili balistici, che potreb­bero tecnicamente raggiungere risultati analoghi, è il loro costo ridotto: 1.000 dollari per libbra, contro gli almeno 10.000 dollari dei missili. Un altro vantaggio dei «supercannoni», del tipo di quello «Babilonia» proget­tato per Saddam Hussein dal famoso tecnico canadese Gerard Bull, consi­sterebbe nella possibilità di azioni di fuoco prolungate e di riprogramma­zione rapida degli obiettivi da colpire.
Altri obiettivi dei primi attacchi sarebbero i posti comando, i centri logi­stici, i siti delle armi di distruzione di massa e le concentrazione di mezzi corazzati. I cannoni «globali» sarebbero lanciatori elettromagnetici o ad idrogeno gassoso, e avrebbero la capacità di sparare proiettili con velocità iniziali di 9 km al secondo (rispetto agli 0,8-1,5 km al secondo delle attuali artiglierie pesanti, a propulsione chimica tradizionale).
L'artiglieria globale verrebbe integrata da laser a raggj X attivati con piccole esplosioni nucleari sotterranee negli Stati Uniti e riflessi da una se­rie di specchi spaziali sul teatro d'intervento. Anche tali laser saranno ca­paci di distruggere obiettivi puntuali, «duri» e mobili come i carri armati, in qualsiasi parte del globo. .. >>.
.. E il bello è che tutto ciò non può più venir bollato come fantascienza e in quanto tale relegato nel subconscio quale  ordito fantastico .. Si tratta piuttosto di progetti realizzabili e in una certa qual misura già attuati se non addirittura sospesi perché obsoleti .. E se a noi appaiono fuori dall’ordinario è  perché si è dei piccoli provinciali .. Saperlo però può aiutarci a capire come vanno le cose fuori dal nostro “ giardino “ e renderci più consapevoli ..


venerdì 3 maggio 2019

I pugni



a ) Il pugno chiuso quale scarico di tensione

Quando un comportamento altrui ci fa arrabbiare ma si cerca di far finta di niente e quindi di non darlo a vedere, la reazione aggressiva cui tenderemmo viene trasformata in un atto funzionale, quale a esempio intensificare il lavoro che si sta facendo o stringere la penna con forza mostrando così di voler scrivere. In questo modo l’energia in sovrappiù indotta dalla tensione viene scaricata e in una maniera che nasconda il proprio stato d’animo.
Chiudere il pugno con forza, gesto che pone in rilievo i tendini e le vene e che in realtà è un comportamento adatto a uno scontro fisico poiché in questo modo e in mancanza di altre armi è possibile colpire l’altro in maniera più violenta che non con le mani aperte, è uno di questi atti di scarico della tensione che ha il vantaggio di essere poco visibile dall’interlocutore e spesso non chiaramente decifrabile. Le braccia infatti possono essere tenute basse e quindi i pugni rimanere lontani dalla visuale della persona invisa oppure nascoste sotto il tavolo o tenute a livello dei fianchi.
Un chiaro indizio di quanto in questo caso si sia arrabbiati è dato dalla forza con cui serriamo il pugno. Tanto essa è maggiore infatti, tanto maggiore è la rabbia che si cerca di contenere.
Può capitare che la persona che serra i pugni sia da sola, fatto indicante che stia rivivendo una frustrazione che gli ha causato molta rabbia.

b ) Il pugno chiuso quale minaccioso  

Agitare il pugno davanti all’interlocutore è un gesto aggressivo a vuoto volto a manifestare l’intenzione di colpirlo e la determinazione nonché la violenza con cui lo si vorrebbe fare è direttamente proporzionale all’ira provata. E’ comune vederlo, a esempio, come gesto provocatorio che spesso porta allo scatenarsi di risse fra gruppi avversi oppure  durante manifestazioni di piazza, anche se il fenomeno in questo caso perde il suo aspetto più violento ed è ridotto a semplici scatti avanti e indietro del braccio che di solito accompagnano la ripetizione di slogan.
Sia che l’atto preluda a uno scontro fisico, sia che tratti solo di una minaccia, il suo significato è comunque inequivocabile.

Poggiare i pugni chiusi sui fianchi oppure uno sul fianco e l’altro su un qualche sostegno, fosse lo stipite di una porta, un davanzale, eccetera, viene considerato un atteggiamento sicuramente più minaccioso che non quello di portare le mani sui fianchi, che comunque già implica, se si è alzati, la volontà di ostacolare col proprio corpo, esteso al massimo in larghezza grazie alle braccia triangolanti con il corpo, l’avanzamento dell’altro.
Visto dunque che i  pugni chiusi accentuano la determinazione e l’aggressività del soggetto che compie questo gesto, è da fare molta attenzione a un interlocutore  che prenda una simile postura.

Battere duramente e più volte il pugno sul palmo dell’altra mano la lo scopo d’intimorire l’altro facendogli intendere che si ha una mezza intenzione di picchiarlo. Secondo Desmond Morris però  ( “ I gesti nel mondo “,  Milano 1995, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A ), il gesto mimerebbe unicamente  il coito in quanto il battere il pugno rappresenterebbe le spinte del pene. Chi fa così dunque intenderebbe vantarsi della propria vigoria sessuale oppure indicare quella di un qualche suo conoscente ma, sebbene sostenga che questo atto sia comune in Italia oltre che in Francia, Spagna e America del Sud, da noi non l’ho mai visto farlo con quell’intento. Può darsi che si tratti di un gesto caduto in disuso.

Il torcere coi pugni un invisibile panno bagnato sostituisce  il voler torcere il collo all’interlocutore. Sebbene chi lo fa soventemente è arrabbiato e quindi non è da prendere alla leggera, in molti casi si  tratta di un atto scherzoso.

In Siria si usa lanciare i pugni stretti, insieme con i pol­lici puntati in fuori, lontano dal corpo. Il gesto imita simbolicamente il passare una corda sul collo dell’offensore e poi stringergliela addosso. Anche in questo caso l’interlocutore farebbe bene a stare in campana quando nota che l’altro fa una cosa del genere.

Può capitare di vedere qualcuno che avvolge il pugno chiuso nell’altra mano. Questo avviluppamento lascia pensare che la persona cerchi in una qualche maniera di celare la tensione ma quanto più il gesto è fatto con forza, ossia il pugno è stretto e preme nel palmo dell’altro arto, tanto più la persona in questione si sente offesa oppure intende motivarsi o concentrarsi su un qualcosa che reputa difficile ( come nel caso di certi discorsi pubblici ). Vero è  che lo sforzo fatto per rendere meno chiaro la propria ansia, ossia il nascondere il pugno con l’altra mano, indica che il soggetto cerca di controllare il vero stato d’animo e non vuole scontrarsi fisicamente con l’altro ma è altrettanto certo che si disponga a un serrato scambio o scontro verbale.

Pare che in Colombia il pugno stretto venga tenuto leggermen­te di lato ovvero al livello della spalla e quindi mosso da una parte all'altra più volte. Sull’intenzione non si può equivocare : è sempre minacciosa e, in sovrappiù, il porlo lateralmente rispetto al corpo rende il gesto ben visibile all’interlocutore che in questo modo non potrà equivocare la volontà dell’altro. Senza contare poi che così facendo si dà l’impressione di essere più grossi e quindi ancor più impressionanti.

Il fatto che il pugno alzato sia divenuto il saluto  dei simpatizzanti e dei militanti comunisti è legato appunto al senso di appartenere a un gruppo fortemente motivato ad abbattere con tutti i mezzi a disposizione l’establishment. Non è un caso quindi che l’abbiano adottato quale simbolo di fraternità.

c ) Il pugno chiuso quale gesto di vittoria

Lanciare in aria il pugno stretto con il braccio teso, oppure lanciarlo per poi dare colpi all’aria in avanti e indietro accompagnando l’atto  con un balzo in aria e il viso gioioso, indica la propria contentezza per la vittoria riportata in una  competizione, sia che si tratti di sé, sia che si tratti dei propri beniamini. Sebbene in questo caso non venga rivolto minacciosamente a un avversario, si tratta comunque di un gesto “ sanguigno “, ovvero scatenato da forti sentimenti che in questo caso non sono di avversione ma di gioia per una gradita affermazione.
Desmond Morris ( “ I gesti nel mondo “,  Milano 1995, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A ), spiega : << .. Esso deriva dal primitivo colpo a braccia levate che è co­mune a tutta l'umanità. Il significato simbolico del gesto è: “ La mia forza ha sopraffatto il mio nemico “ .. >>

d ) Il pugno chiuso tenuto da un conferenziere  

Quando un oratore arrabbiato prende a pugni l'aria con il pugno stretto spesso enfatizza la propria determinazione a perseguire la propria idea o avversari irriducibili. In fondo è come se tirasse simbolicamente un colpo a qualche immaginario oppositore.
L’effetto di un gesto del genere è così noto che il gesto viene adottato da predicatori molto più moderati e questo per cercare di dare l’impressione di essere più forti di quanto non sono.
C’è poi una posizione intermedia , ovvero quella del pugno semichiuso, senza ripiegamento del pollice intorno alle nocche. Chi l’adotta vuol apparire forte ma non minaccioso, cosa che è data appunto dalla mancanza di pressione nel  pugno. Si tratta di parlatori che “ sentono “ ciò che dicono  e sono così sicuri di quanto affermano che sottolineano quanto sostengono col movimento del pugno non stretto, cadenzando quasi il ritmo del discorso, quasi volessero aiutarsi a inculcare agli altri quanto gli preme pure con le mani.

e ) Altre occasioni in cui è usato il pugno chiuso

Pare che in Giappone per indicare un tizio avaro si tenga il pugno stretto davanti al corpo. Mostrarlo invece al compagno è considerato osceno in molti posti. in Pakistan è addirittura visto come insulto sessuale.

Pare che, spesso, nelle partite di football inglese i tifosi, quando i giocatori della squadra avversaria compiono un qualche errore madornale, muovano rapidamente in su e giù il pugno, che rimane  un poco aperto. Il gesto, che altro non è che l’atto di mimare la masturbazione maschile, è chiaramente un insulto rivolto allo sfortunato competitore. E’ infatti come se gli dicessero che la sua prestanza fisica e la lucidità mentale sono ottenebrati dalla sua troppo intensa attività autoerotica o che comunque è buono solo a fare quello.

In Sudamerica sembra che il pugno stretto venga agitato più volte avanti e indietro ( non in alto e basso ), per rispondere di no in modo insultante a una domanda che infastidisce. E’ probabile che anche in questo caso si tratti di un gesto rifacentesi in qualche modo alla masturbazione maschile, ovvero l’equivalente gestuale dell’asserzione : << .. Fottiti! .. >>.


f ) Riferimenti bibliografici

Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo, Casale Monferrato, II Edizione 2000, Edizioni Piemme S.p.A.
Giuseppe Maffeis, Guida pratica – Il linguaggio del corpo, Milano 2011, Edizioni Riza S. p. A.
Desmond Morris, I gesti nel mondo,  Milano 1995, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A
Desmond Morris, L'animale uomo,  Milano 1994, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A
Desmond Morris, L’uomo e i suoi gesti, Milano, V edizione 1987, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
Marco Pacori, I messaggi segreti del corpo, Milano 2012, Giunti Editore S.p.A.
Marco Pacori, Come interpretare i messaggi del corpo, Milano 2002, DVE ITALIA S.p.A


martedì 9 aprile 2019

<< Affamare la " bestia" ovvero lo Stato, secondo l'espressione di Reagan .. >>, può costringerlo a divenire più efficiente? .


Nel n.1309 di Altroconsumo Finanza ricordava la concorrenza fiscale che gli Stati europei si fanno. Dato che in quel contesto si affermava che le minori entrate fiscali per lo Stato Italiano erano di 6,5 miliardi di euro a favore di quelle nazioni che praticavano aliquote più basse si domandava se si considerava o meno favorevolmente la cosa  soprattutto tenuto conto che : << "Affamare la bestia" intesa come lo Stato, secondo l'espressione di Reagan .. >>, possa costringerlo a divenire più efficiente e quindi a usare in modo più intelligente e fruttuoso le entrate.
Nel 1311 di Altroconsumo Finanza vengono riportate e commentate le risposte ricevute e la conclusione è che grosso modo i partecipanti si sono spaccati in due tronconi di proporzioni simili fra chi vorrebbe che l’Italia facesse agevolazioni fiscali favorevoli alle aziende e gli altri i quali sperano che le minori entrate fiscali costringano lo stato italiano a riformarsi recuperando efficienza.
Personalmente propendo, sia per una riforma fiscale che riduca gli oneri diretti e indiretti a carico dei cittadini in modo che lo stato sia costretto a spendere con giudizio i soldi che entrano, sia che induca l’arrivo di capitali esteri in Italia attratti da migliori condizioni fiscali.
Tutto ciò in contrapposizione a chi vuole fare le pulci ai centesimi dei contribuenti di modo che lo stato possa aiutare i deboli e i diseredati, l’economia, le piccole imprese, l’ambiente, gli animali vaganti e chi più ne ha più ne metta! Il fatto è tuttavia che è da sessant’anni che sento parlare di contributi statali per infrastrutture, sussidi, eccetera. Con tutti i soldi che da allora sono stati versati a quest’ora dovremmo essere tutti dei piccoli Creso e invece niente! Segno che tutto questo funziona poco o nulla e allora?
Vogliamo riformare lo Stato e renderlo più efficiente nella produzione e nella qualità della sua legiferazione nonché nella determinazione delle spese. .. Ce la faremo? ..

.. Difficile! .. Crederci è un poco come affermare d’essere intimi dei tre porcellini, oppure di Spiderman, di Tina Pica. No! .. è impossibile ..

martedì 2 aprile 2019

Obsolescenza programmata delle merci


 
a ) Le origini
 La Rivoluzione industriale è stata caratterizzata da periodi di grande sviluppo a cui faceva seguito una sovrapproduzione rispetto alla domanda di merci e quindi fasi di stagnazione. In questi momenti diventava indispensabile studiare nuovi modi per stimolare le vendite e ben presto i dirigenti iniziarono a chiedersi se fosse possibile ridurre la durata del funzionamento delle merci. Di modo che il loro più rapido deterioramento costringesse  a una frequente sostituzione..
Furono quindi effettuate delle vere e proprie ricerche in questo senso e pare che alla fine gl’ingegneri riuscirono a inventare prodotti meno longevi.
In un articolo intitolato infatti : “Vecchi prima del tempo “, apparso su Altroconsumo numero 285 dell’ottobre 2014 ed edito da  Altroconsumo Edizioni s.r.l. si sostiene che : << .. La storia è iniziata nel lontano 1924, quando i rappresentanti delle principali aziende elettriche del mondo si riuniscono a Ginevra per prendere una decisione che introdurrà un nuovo modello commerciale, ovvero impiegare tecniche specifiche in modo che le lampadine non possano durare più di 1.000 ore.
Insomma, si decide di creare a tavolino una lampadina più fragile di quanto permesso dalla tecnologia del tempo. È la prima volta che si definisce di proposito la durata di vita di un prodotto per far crescere le vendite. E nasce così per la prima volta il concetto di obsolescenza programmata, una sorta di meccanismo occulto, ben celato dal mondo dell’industria, che apre la strada alla società dei consumi.
Oltre a questo primato, si aggiunge il fatto che si tratta del primo accordo tra aziende a livello mondiale (chiamato “cartello Phoebus”), per ottenere con una strategia comune maggiori profitti: spingere i consumatori a cambiare più spesso le lampadine. .. >>.
Da allora i tentativi si sono moltiplicati e si può affermare che adesso sia divenuta una pratica costante. Tant’è vero che, ed è sempre l’articolo sopra citato ad affermarlo, studi commissionati da gruppi parlamentari tedeschi lo confermerebbero.
La colpa dunque dei frequenti guasti che i nostri beni accusano non deriverebbe solo dal fatto che i produttori asiatici sarebbero attenti ai costi e quindi disinteressati alla cura dei manufatti bensì anche da una deliberata pratica comune in Occidente volta a utilizzare materiali scadenti o a inserire dei pezzi con una marcata incapacità di resistere a pressioni poco al di sopra della media.
Visto che questa è la musica non serve comprare prodotti più cari dato che spesso le aziende del lusso adottano le stesse pratiche. Del resto se loro non facessero come gli altri e quindi offrissero merci aventi una lunga carriera operativa, quando venderebbero nuovi pezzi?

b ) L’ampliamento delle tecniche di coercizione all’acquisto di prodotti nuovi

Con il tempo poi le tecniche d’induzione all’acquisto di capi nuovi o comunque all’esborso di sempre maggiori denari sono andate raffinandosi e ampliandosi.
Molto spesso infatti la frequenza di prodotti guastatisi poco dopo la garanzia legale di 2 anni induce sospetti che in realtà nessuno è in grado di smentire convincentemente. La stessa estensione della garanzia a pagamento per un periodo ulteriore ma limitata ad alcuni componenti del macchinario sembrerebbe un tentativo d’indurre il cliente a sborsare ulteriori soldi a fronte di rotture di parti che i tecnici reputano robusti e quindi improbabili. Ma guarda caso così facendo lasciano senza possibilità d’indennizzo le altre, quelle più fragili ..
L’articolo di Altroconsumo citato poi fa presente che : << .. Nel 2013 una nostra inchiesta realizzata nei negozi di alcune grandi città ha rivelato che l’80% dei venditori rifiuta la sostituzione di un prodotto, anche se per legge dovrebbe farlo; troppi fanno di tutto per evitare di accollarsi i costi delle riparazioni o danno informazioni sbagliate. .. >>.
Un simile comportamento non è difficile da capire. Prodotti a basso prezzo che per di più si rompono spesso e volentieri comportano per i commercianti al minuto rapporti tesi con la clientela e un maggior daffare con servizi tecnici aziendali che non soddisfano facilmente le loro richieste di riparazione e quindi una deriva negativa dei ricavi.
Le stesse riparazioni dei macchinari poi sono spesso scoraggiate perché i pezzi di ricambio sono inesistenti oppure carissimi e così pure il costo della manodopera, tanto da indurre soventemente i tecnici e i negozianti a consigliare l’acquisto di un nuovo prodotto. E’ il caso delle batterie integrate che non si possono sostituire ma bisogna cambiare tutto oppure dei cuscinetti delle lavatrici che non possono essere cambiati e basta.
Come se non bastasse la continua immissione sul mercato di modelli più avanzati, belli o di moda, nonché la loro magnificazione per mezzo dei messaggi pubblicitari induce psicologicamente a cercare di averli buttando quelli vecchi  anche se ancora buoni ( il discorso vale, sia per l’abbigliamento,  gli accessori, gli arredi, eccetera sia per i prodotti tecnologici  e i macchinari in genere ). Cosa che produce l’effetto collaterale di creare più rifiuti inquinanti e un inutile spreco di risorse naturali nonché impoverirci a fronte di entrate sempre più basse. E’ ovvio che se non gettassimo via quei denari in acquisti tutto sommato non necessari ne rimarrebbero di più per mangiare meglio e più sano, per curarci e per acquisti più intelligenti ma il fatto è che le imprese devono far si che il loro bilancio sia allettante per gl’investitori e per fare ciò non resta loro che arraffare soldi dove possono.
Senza contare la pressione delle lobby finanziarie e industriali a livello politico affinché venga vietato l’uso di certi prodotti oppure ci si debba adeguare obbligatoriamente a standard superiori perché quelli in uso risulterebbero poco sicuri o maggiormente inquinanti. Cosa che spesso non è veritiera. Soventemente infatti, il maggior esborso di denaro che l’innovazione comporta ( sempre che il privato possa permetterselo ), più l’incremento del consumo di materie prime e d’inquinanti causati dalla sua stessa produzione a fronte del problema dello smaltimento del prodotto che ha sostituito, non è ricompensato da altri benefici che non siano l’incremento delle vendite di quei beni da parte delle aziende e degli impiantisti.
Non farsi fregare del resto a mio parere è impossibile e questo con o senza i servigi di associazione di consumatori come Altroconsumo. Purtroppo, devo dire, e nonostante il loro prodigarsi : la posta in gioco è molto alta e i competitori sono sempre troppi e agguerritissimi.
Aderire  a gruppi ecologisti e appoggiare i loro sforzi? Spesso non accettano la situazione per quella che è e non comprendono le necessità delle parti. Si comportano piuttosto come tori : vedono rosso e caricano travolgendo tutto quello che incontrano, facendo più danni che guadagni.

c ) Riferimenti bibliografici
Altroconsumo numero 285 – Ottobre 2014, Vecchi prima del tempo Altroconsumo Edizioni s.r.l.



martedì 19 marzo 2019

Sulla morte




a ) In verità si preferisce campare

Andreotti, è scritto in “ ALTROCONSUMO FINANZA  numero 1302 del 22 gennaio 2019, sosteneva che era : << .. Meglio tirare a campare che tirare le cuoia “  .. >>
ED MC BAIN in " PIETÀ “ PER CHI CREDE “ ribadisce sostanzialmente quanto sopra ovvero che coloro che cercano la pace in cielo o tra le braccia di Belzebù sono pochi rispetto a chi preferisca campare. Non a caso cita un proverbio arabo il quale recita : " Mostra a qualcuno la morte e sceglierà la malattia ".
In generale comunque e questo concetto lo rilevo da la : “ BREVE LA VITA FELICE DI FRANCIS MACOMBER “ tratto da “  I 49 RACCONTI  “ di ERNEST HEMINGWAY; chi è stato oggetto di : << .. Un'improvvisa precipitazione nell'azione senz'avere il tempo d'impressionarsi .. >>, ovvero ha vissuto un evento di tale portata e velocità da non aver dato al soggetto il tempo di spaventarsi, è più facile che  sul momento pensi : << .. Vada come vuole, chi muore oggi è franco per il  seguito .. >>.
 Diverso e più letterario il punto di vista di ALDO BUSI in SODOMIE IN  CORPO 11 “, che è certamente più ironico e mordente ma che probabilmente è frutto di un’anima  sofferente al punto da considerare la morte una specie di liberazione : << .. Perché non  si deve avere la possibilità di morire a 37 anni di morte naturale? La morte che arriva facendo ondeggiare la sua falce e tu che le presenti il culo perché ti mieta da lì. Gliela pietrapomicerei. .. >>.
Può comunque capitare poi che la vita sia stata veramente avara di  doni ma qualcuno per cui poi costui  si senta veramente distrutto. Lo descrive Da : di JOHN LE CARRE’ ne “ LA SPIA CHE VENNE DAL FREDDO “ :
<< .. Dicono che un cane vive quanto i suoi denti; metaforicamente, a lui glieli avevano strappati tutti. .. >>.


b ) Cè chi dice di non averne paura

Al riguardo è molto interessante il dialogo dei due protagonisti de“ IL PRIMO CERCHIO “ di  ALEKSANDR  SOLŽENICYN :
<< .. Lanskij, che ormai era scatenato, s'affrettò a dire che in quei momenti disperati la morte non fa paura, la si dimentica. Ščagov sollevò un  sopracciglio  e lo corresse :
<< La morte non fa paura finché non  ti dà uno scossone. Prima non  si ha paura di niente; appena si prova, si ha paura di tutto. Ma è una consolazione  il fatto che la morte sembra che non ti tocchi : ci sei tu,  non c'è lei : se arriva lei,  non ci sei più tu >>.
GRAZIA DELEDDA in " COLOMBI E SPARVIERI " centra il nocciolo della questione affermando : << .. E che cos'è la paura della morte, nell'uomo? E' la certezza di morire prima del tempo, per malattia, dopo lunghe crisi di dolore. Se l'uomo morisse di morte naturale, cioè senza dolore, d'una morte che è dolce come il sonno in un essere sano, cosa che non può avvenire perché il nostro organismo è imperfetto, la paura della morte sparirebbe .. >>.
Il personaggio di JOHN STEINBECK invece, ne " LA SANTA ROSSA " dopo una rapida dissertazione sulla differenza tra la morte e il morire conclude di non temerla visto che sin li non gli ha dato dolore ( beato lui ) :
<< .. Non ho paura della morte. Ho visto molta violenza e nessun uomo ch'io ammirassi aveva paura della morte, ma solo del morire. Vedete, signore, la morte é un argomento intellettuale, ma il morire é puro dolore. E questa mia morte fino a questo momento é molto piacevole. No, signore; non ho paura nemmeno del morire. .. >>.

c ) Purtroppo è ineluttabile

E’ il caso di uno dei protagonisti di" CENERE " di GRAZIA DELEDDA :
<< .. Giacché si deve morire è meglio morir presto .. >>.
Zia Tatiana lo guardò; fece un segno di croce per aria, e disse :
<<  .. Tu hai fatto cattivi sogni, stanotte? Perché parli così, agnellino senza lana? Ti fa male il capo? .. >>.
Esplicativo del significato del paragrafo e simpatico di per sé è il racconto persiano intitolato  "  Appuntamento a  Samarcanda “ riportato da ORIANA FALLACI ne " SE IL SOLE MUORE " :
<< .. Nel giardino del re, la Morte appare a un  servo.  “ Domani “, gli dice “ Ti vengo a prendere “.
Allora il  servo corre dal re e gli chiede il cavallo più veloce, per fuggire lontano : a Samarcanda. Arriva a Samarcanda, l'indomani, e la Morte è li che lo aspetta.
“ Non  è  giusto “,  grida  il  servo. “ Non è  leale “.
“ Perché? “, risponde la morte. “ Sei fuggito  senza farmi finire il discorso. Io ero in giardino per dire : domani ti vengo a prendere a Samarcanda “.
E se la morte è un fatto ineludibile è ovvio che ci si debba rassegnare a essa al punto da volersi presentare al suo cospetto nel modo più presentabile. E’ questo il senso del discorso fatto dal protagonista di GRAZIA DELEDDA ne : L’INCENDIO NELL’ULIVETO " :
<< .. Si muore, Nina mia >>, concluse con voce meno aspra, << .. E bisogna presentarsi a  Dio con la veste pulita .. >>.
FEDERICO MOCCIA in "AMORE 14 " ne parla da un diverso punto di vista :
<< Con il nonno parlavi della morte? >>.
<< No, della vita e mi diceva che se non ci fosse la morte la vita non potrebbe andare avanti. La morte è il modo che ha la vita di difendere se stessa. Una volta mi ha letto una bellissima cosa di un poeta che si chiama Neruda >>.
E continuiamo  a camminare mentre Rusty cerca in qualche modo di ricordare, poi la sua voce diventa come più dolce.
<< Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sugli “i” piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti .. >>.
 ANDREA G. PINKETTS  ne “ II   VIZIO DELL'AGNELLO “ dà un’altra interpretazione, quale ancella insopprimibile della vita :
<< .. Mio padre era morto quando io ancora credevo alla  storia che la morte fosse un lungo viaggio. Non è vero. Il viaggio è brevissimo. La morte è un pic nic per il quale non sei mai attrezzato. .. >>.

d ) Quando la vita conta poco la morte non fa scalpore

Eh già! Qua ce lo dice ORIANA FALLACI ne “ NIENTE E’  COSI   SIA  :
<< .. Il cibo era eccellente? nidi di usignolo, granchi appena nati, germogli di pisello. Ma il ristorante, ch'è una specie di palafitta sul fiume, oltre un bosco gonfio di vietcong, non era molto tranquillo. Gli aerei lo sorvolavano senza sosta, lasciando cadere i bengala, le pattuglie in perlustrazione sparavano senza riposo: mangia­vi aspettando che una pallottola ti cadesse sul piatto.
<< .. Dottor Khan .. >>, ha esclamato infine Moroldo. << .. Non potevamo scegliere un posto più sicuro? .. >>.  (.. )
<< .. Io ci sono abituato. Non ho visto altro dacché sono al mondo. Sono nato dalla morte. E cosa sia questa pace di cui parlate tanto, non lo so davvero .. >>. ( .. )
<< .. ( .. ).  La morte  sa,   ha un valore relativo.   Quando è poca,   conta.  Quando è molta non  conta più. Se muore un bambino  sotto un'automobile a Roma o a Parigi,   tutti piangono  sulla grande disgrazia.   Se muoiono cento bambini quaggiù,   tutti  insieme, per una bomba o una mina,   senti  solo un pò di pietà.  ( .. )  >>.
( .. ) Parlando mangiava avidamente,   scompostamente. Mangiavamo anche noi :   le fucilate non ci  turbavano più e  i bengala neanche. ( .. ).  E c'è  stato  solo un brivido,  un piccolo brivido, quando una pallottola è piombata nel fiume a pochi metri da noi. Paf! ( .. ). Sull'acqua fiorivano graziosi cerchi concentrici,  verso cui un cane abbaiava. Ma  se il  dottor Khan avesse ragione?  Disse un  condannato a morte a un altro condannato a morte,  nella guerra del  '14 :    Che piagni?  La vita  e er gior­nale costa un  sordo “ .. >>.
Riguardo l’argomento, in “ NIENTE E COSI  SIA “, ORIANA FALLACI ribadisce il ragionamento raccontando un episodio vissuto da lei nella guerra di Corea. Si ricorda qui che le guerre e le catastrofi portano a tali stragi che ci si assuefa alla morte :
<< Nella pace un morto è un morto. Alla guerra invece un morto è una cosa. E magari c’è un'altra cosa che attrae più attenzione di lui >>.
<< Per esempio? >>.
<< Un elmetto. Ti ho raccontato di quando seguivo il battaglione francese in Corea e ci fu quel combattimento che incominciò alle sei del mattino e finì alle sei del pomeriggio e cadde quel colpo in mezzo ai soldati che avevo appena intervistato : no? Fa lo stesso, te lo racconto ora. Sicché cadde quel colpo e i corpi schizzarono via, a pezzi. Una testa qua, un piede la. E mentre pensavo, senza piangere : “ ecco una testa, ecco un piede “, la mia attenzione venne catturata da un elmetto che volava più alto delle teste e dei piedi. Su, sempre più su, finché rimase quasi fermo e fece una giravolta, venne giù a spirale giù, sempre più giù, toccò terra, e suonò : bang! Capisci? Nemmeno ora la mia me­moria si ferma sui soldati morti. Si ferma sull'elmetto che sale e che scende e che fa : bang! >>.
Un'alzata di spalle, un sorriso amaro.
<< E ti ho raccontato invece del giorno in cui dovemmo raccattare i cadaveri e comporli dentro le bare? Faceva un freddo insopportabile, artico e i cadaveri erano statue di ghiaccio cristallizzate nelle posizioni più assurde: non riuscivi a stenderli e chiuderli dentro le bare. Dovevi pigiarli finché si rompevano come un bicchiere, crak! Una fatica. Il sudore ci colava giù dalle tempie, colando si solidificava in una specie di neve. Ma c'era un soldatino che non sudava perché non durava fatica. Infatti lui non tentava neppure di stendere le braccia, le gambe ci tirava una bastonata e le stendeva così. E tirando bastonate cantava: " Monna Lisa, when you smile! Monna Lisa, I love you! >>.
Sul fatto che la morte sia un fatto così comune che non ci si fa più caso a meno che non colpisca un nostro caro lo esplicita molto bene ANDREA G. PINKETTS ne " IL DENTE DEL PREGIUDIZIO " :
<< .. Due  ore di attesa prima che il Tours passasse. Tutto passa. Passerà anche il Tour. Re Cozio II era morto da meno tempo di quanto non  fosse morto suo padre Cozio I, ma nessuno vi aveva fatto  caso perché  la morte è quotidiana, il Tour de France annuale. .. >>.
CESARE PAVESE  ne " IL MESTIERE DI VIVERE " non è da meno anche se esprime un punto di vista diverso :
<< .. Perché dimentichiamo i morti? Perché non ci servono più. Un triste o un malato lo dimentichiamo - respingiamo - in ragione della sua inservibilità psichica o fisica. .. >>.
MICHAEL CONNELLY  ne " LA LISTA  " spiega, con una buona dose di ironia, che rende ancora più netto la disaffezione provata dai protagonisti verso il defunto :
<< E’ morto, Haller. Due anni fa in una cella a Corcoran. Emorragia interna. Quando l’hanno aperto gli hanno trovato un pezzo di spazzolino da denti nella cavità anale. Forse ha fatto tutto da solo, forse l’ha fatto qualcun altro : non si è mai capito. Ma è stata una bella lezione per il resto dei detenuti. Dopo l’episodio hanno anche affisso un cartello che dice : “ Vietato infilarsi oggetti appuntiti nel buco del culo “. >>.

e ) Sulla morte dei propri cari

Il presente stralcio di CARLO LEVI tratto da “ L'OROLOGIO “ introduce un aspetto più intimo causato dall’esperienza della morte dei propri cari, ovvero l’accentuazione del senso di solitudine :
<< .. E' uso parlare, forse a conforto dei superstiti, della bellezza dei morti, che acquisterebbero, nei tratti del volto, una compitezza, una pace, una perfezione  mai raggiunta in vita. Ben di rado credo, questo avviene ( .. ). Ma il viso di Luca, così pieno di comunicativa potenza in vita, era davvero bellissimo ( .. ). Rimasi a lungo a guardarlo e cercavo il mio viso nel suo viso. Pensavo alla morte di mio padre, lontano da me; al senso amaro di libertà che mi aveva colto al suo annuncio, alla libertà fatta di cose perdute, di lega­mi troncati, di solitudine;  quando non si ha più nulla dietro le spalle e nulla ci viene di fuori. .. >>.
Un po’ differente l’esperienza del protagonista di VIRGINIA WOOLF tratto da " LA CROCIERA " anche se in questo caso si tratta dell’esperienza di un bambino :
 << .. Mio padre era un proprietario terriero, e amava la caccia alla volpe. Morì quando io avevo dieci anni, nella riserva di caccia. Mi ripordo quando lo riportarono a casa morto, disteso su una persiana - o almeno così mi parve - proprio mentre stavo scen­dendo per il té; anzi, avevo notato che c'era la marmellata in tavola, e mi chiesi se mi avrebbero permesso .. >>.

f ) Sulle morti di giovani

Le seguenti parole sono di ERNEST HEMINGWAY che le scrisse ne LA CAPITALE DEL MONDO “ tratto da “  I 49 RACCONTI  e sono toccanti quanto di solito lo è la morte di un giovane :
<< .. Il ragazzo Paco non aveva mai saputo niente di tutto questo né di quel che que­sta gente avrebbe fatto il giorno dopo e il giorno dopo ancora. ( .. ). Morì, come si dice in  Spagna,  pieno di illusioni. In vita sua non aveva avuto il tem­po di perderne nessuna, nemmeno il tempo di terminare,  al momento della fine, un atto di contrizione. .. >>.

g ) Cosa prova chi ha visto e causato molte morti quando ama

Vediamo al riguardo cosa scrive ERNEST HEMINGWAY ne DI LA’ DAL FIUME E TRA GLI ALBERI :
<< .. Lo baciò lieve e con cruda disperazione e il colonnello non riuscì a pensare ai com­battimenti o ad avvenimenti pittoreschi o singolari. Pensò  soltanto a lei e a quello che lei provava e come la vita sia vicina alla morte nei momenti  d'estasi. E che cosa diavolo è l'estasi e qual è il grado  dell'estasi e il suo numero di matricola? E che effetto, questo golf nero. E chi le ha dato questa dolcezza e  questa gioia e lo strano orgoglio e  sacrificio e saggezza di un bimbo?
Si, l'estasi è quello che si avrebbe potuto avere e invece si tira in sorte l'altro fratello del sonno.
La morte è un mucchio di merda, pensò. Arriva addosso in frammenti così piccoli che quasi non si  vede in quali punti si insinua. A volte giunge atroce. Può venire dal­l'acqua non bollita; uno stivaletto antizanzara non tirato su, e può giungere col tumulto fragoroso, grande, al  calor bianco, nel quale abbiamo vissuto. Giunge nei piccoli sussurri crepitanti che precedono il rumore delle armi automatiche. Può giungere con  l'arco di fuoco della granata o con la caduta precisa crepitante del mortaio. L'ho vista arrivare sganciandosi dall'aereo e cadere con quella  strana curva. Giunge nel frastuono metallico di un veicolo sfasciato o  in una semplice mancanza di trazioni su una  strada sdrucciolevole.
A molti giunge nel letto, lo so, come il contrario dell'amore. Con lei ho vissuto  quasi tutta la vita e l'ho distribuita per professione. Ma che posso raccontare a questa ragazza, ora, in  questa fredda mattina ventosa al Gritti Palace  Hotel? .. >>.

h ) circa il mito dei bonzi che si davano fuoco perché non temevano la morte

Ce lo spiega ORIANA FALLACI in NIENTE E COSI  SIA “ :
<< Venerabile Madre, certo lei ha assistito a più di una immolazione. Che effetto suscita in lei? >>.
Sorride con grande dolcezza.
<< Oh, deve capire che le mie reazioni non sono quelle di una donna normale! Non sono più una donna, sono una bonzessa. La morte, per noi, non è una tragedia. Un corpo morto noi lo bruciamo, o lo gettiamo nella foresta alle fiere, o nel mare ai pesci. Affinché se ne nutrano. Solo quando non c'è fuoco per bruciarlo, né fiere, né pesci per mangiarlo, noi lo sotterriamo. Noi non abbiamo paura della sofferenza fisica, possiamo dominarla anche se è grande. Perché la realtà fisica non conta >>.
<< Venerabile Madre, lei crede che si soffra molto a bruciare vivi? >>.
<< Oh, si! ( .. ) >>.
<< Venerabile Madre .. >>, le  chiedo finalmente. << Lei è pronta ad immolarsi? >>.
<< Oh, si! Si, certo.  Fa parte dei miei doveri.  E poi, vede, io venero molto quel gesto : quando un fratello o una sorella si bruciano, non  provo pietà od orrore. Provo un'immensa ammirazione, un immenso rispetto e un poco d'invidia. Perché vede : morire bene è meglio che vivere male. Vivere male è il sacrificio più duro di tutti  >>.
Vorrei assistere al  rogo di un bonzo o di una bonzessa.  Deve essere assai  interessante.
7  dicembre.  Francois dice di no. Dice che fa schifo e basta. Lui ne ha visto uno, nel lu­glio del I966 e ne fu così sconvolto che cercò d'impedirlo.
<< Sto recandomi a una conferenza stampa del Venerabile Tarn  Chau >>, racconta. <<  E mi trovo in rue Con  Li quando scorgo una fiammata vicino al marciapiede. Ci risiamo, mi dico, ne brucia un altro. Scendo dall'auto e mi avvicino al  rogo.  Dentro  c'è un bonzo,  un gruppet­to di giovinastri che  si divertono, alcune donne che gemono,   qualche bonzessa.  I passanti continuano a camminare voltandosi appena o non voltandosi affatto.  Le auto e  i risciò a pedale  si limitano a scostarsi dalle fiamme : il  traffico non ne risente nemmeno,  mi  spiego?
Il bonzo ha appena  incominciato ad annerirsi, arde  soprattutto la veste che è  imbot­tita di cotone per  succhiar più benzina. Un largo pezzo di  stoffa cade per terra, mi ci precipito sopra a l'allontano coi piedi.  Il volto del bonzo assume un'espressione di  sollievo, per un attimo penso che voglia strapparsi di dosso anche  il resto. Ma una bonzessa si china sulla stoffa che brucia, la raccoglie con dita che non  sembran  scottarsi e gliela posa sopra la testa. Il bonzo ha una  smorfia. Mi ributto  su lui e gli ritolgo  il cen­cio sopra la testa : ma la bonzessa lo raccatta di nuovo  e di nuovo lo posa dov'era prima. La faccenda è di un macabro addirittura grottesco : con questo cencio che va su e giù. Il poveraccio gesticola,  è  ormai chiaro  che di morire ha ben poca voglia, forse non ne ha mai avuta : ma intorno al rogo s'è formato un cerchio di bonzi che  impediscono a me d'intervenire e a lui di scappare. Corro a un  telefono, chiamo la polizia : quando giungono le camionette, egli è ancora vivo. Morirà all'ospedale, 36 ore dopo e i medici accerteranno che era drogato >>.

i ) Una simpatica epigrafe

LUIGI BOVIO in " DON LIBERATO SI SPASSA “ scrive :
Per me, ho dettato questa epigrafe :
Qui non riposa
Libero Bovio
perché gli altri morti
la notte
litigano fra loro
e gli danno fastidio.

l ) In verità chiunque muoia tocca anche noi

Dall’epigrafe di  JOHN  DONNE (  1573-1651  ), citata da ERNEST HEMINGWAY in   PER CHI  SUONA LA CAMPANA “ .
.. Nessun uomo è un'isola, intero in sé stesso. Ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte della terra. Se una zolla viene portata dall'onda del Mare, l'Europa ne è diminuita, come se un Promontorio fosse stato al suo posto, o una Magione amica, o la tua stessa Casa. Ogni morte d'uomo mi diminuisce, perché  io partecipo dell'umanità. E così non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: Essa  suona per te.

m ) e per finire ..

Dice ED MC BAIN in " VEDOVE " :
<< .. Era Willi adesso che faceva le domande. Domande sul morto con una voce da morto. .. >>.