Perché l'uso del concetto di Paideia e di Cultura a 360°

Perché l'uso del concetto di Paideia e di cultura a 360°

Dall'iniziale esaltazione dell'aretè, ovvero il culto del coraggio, della valenza fisica e dell'astuzia, gli uomini di cultura e i politici greci vennero man mano delineando una più complessa idea di uomo valente. Costui infatti, accanto al coltivare l'àristoi, ossia l'essere prode, doveva curare : << .. Il padroneggiamento della parola ( .. ) qual segno della sovranità della mente .. >>, ( Werner Jaeger, Paideia, Milano II Edizione Bompiani Pensiero Occidentale 2011, RCS Libri S. p. A. ). E' così che il concetto greco di Paideia prese la sua forma definitiva.

Da allora sono passati più di 2000 anni ma la bellezza e il fascino della visione di come quei " grandi " ritenevano dovesse essere l'uomo ideale non solo non è sorpassata ma, stante la decadenza della nostra Società, è quanto mai attuale.

Ed egualmente fondamentale, oggi come allora è la determinazione delle qualità, virtù ed abilità che il soggetto d'elite debba aver maturato. Doti e nozioni che a mio parere possono rilevarsi soltanto cominciando a pubblicizzare e studiare quanto di meglio i ricercatori scientifici e i nostri " geni " abbiano scoperto nei loro studi attorno all'uomo e alla società.

.. Quanto al resto .. E' solo ciccia! ..

mercoledì 14 febbraio 2018

Siamo sicuri che la Stampa sia obiettiva quando scrive sulle Banche?




Ancora  tratto da Vincenzo Imperatore nel suo libro intitolato “ Io vi accuso “, edito nel 2015 da chiarelettere un interessante pezzo riguardante come la banca si comporta con un correntista che sia giornalista o editore.
Ma lasciamo la parola all’autore :
<< .. In Italia i giornalisti rappresentano una fetta esigua della popolazione ma per le banche, solo per il fatto che vengono associati spesso al potere, sono il tipico cliente da «trattare con cura». Se c'è da scegliere tra buttare dalla torre un piccolo imprenditore o un cronista di provincia la decisione è pres­soché scontata. Anche il motivo è altrettanto scontato: paura del rischio reputazionale, paura che le malefatte del sistema del credito vengano fatte emergere e gridate ai quattro venti grazie alla penna di un giornalista che si schiera dalla parte del correntista. Mentre nel mondo anglosassone i cronisti sono formati per diventare dei veri «cani da guardia» da scagliare alla bisogna contro i soprusi dei potenti, le banche italiane preferiscono l'addomesticamento del cagnolino da salotto. Ciò che ho appena detto verrà negato in tutti i modi da ogni singolo manager del credito (e probabilmente anche da quei giornalisti abituati ai trattamenti «speciali»).
Nessuno avrebbe il coraggio di ammettere il “ corteggiamento “ diffuso nei confronti di una stampa da rendere asservita, ma  ho le prove del contrario.
Molti istituti tengono nel cassetto un codice di comportamento interno in cui è riportato come rapportarsi con la clientela. Clientela rigorosamente suddivisa per categorie. Il documento si chiama Manuale per l’erogazione del credito, nel gergo bancario altrimenti detto “la Bibbia “ : il lasciapassare per i prestiti al correntista. Vi sono situazioni in cui le restrizioni per le aziende e le persone sono molto marcate, si parla addirittura di «declino del fido» per «azienda di scarso interesse bancario» salvo però «eccezioni suggerite da particolari ragioni di opportunità».
Inoltre, devono essere declinati fidi ad «autorità locali (pre­fetti, sindaci eccetera) per sollecitare interventi finanziari in favore di istituzioni locali o aziende in difficoltà» o prestiti «per pagare imposte o tasse». Non si dica pertanto che le banche vengono sempre incontro alle necessità dei correntisti o dello Stato che, al contrario, deve essere sempre pronto a ripianare i loro debiti. Musica assai diversa nel caso della stampa, per la quale esiste addirittura un punto specifico titolato «fidi la cui concessione indipendentemente dall'importo è di compe­tenza della direzione centrale». In questa sezione rientrano esclusivamente «amministratori, direttori nonché membri degli organi di sorveglianza dell'istituto», cioè i pezzi grossi dell'azienda oppure di altre «banche italiane in generale» ed «esattorie» ma anche qualsiasi «giornalista e amministratore di giornale, nonché aziende editrici di giornali, periodici, televisioni private». Quindi, se un qualsiasi giornalista viene in banca anche solo per richiedere una semplice carta di credito non c'è manager di rete che possa autorizzarla. Deve passare tutto per la direzione centrale: attraverso gli uffici che devono vagliare ogni minima richiesta soprattutto per «controllare», e quindi imbonirsi, il giornalista. Definirlo trattamento di favore sembra addirittura riduttivo. .. >>.


lunedì 5 febbraio 2018

Il mignolo, il dito più piccolo








a ) Il dito della nobiltà o degli snob?


Secondo Anna Guglielmi[1] il dito mignolo : << .. Indica come voglia­mo apparire socialmente. C’è chi, ad esempio, pensando di sembrare socialmente più elevato e di buone maniere, afferra la tazzina del caffè con il dito mignolo ben sol­levato e in vista, assumendo una posa affettata.
Gli inglesi per questo tipo di persone avevano coniato un termine, ora usato spes­so nel modo sbagliato, snob (s-nob: deriva dal latino si­ne nobilitate, cioè “senza nobiltà”), per indicare quelle per­sone che posano per apparire diverse e socialmente più ele­vate di quanto non siano. .. >>.
Samy Molcho[2]  tuttavia non pare della stessa opinione. Costui infatti afferma che : << .. In epoca barocca la società aristocratica aveva sviluppato un codice di comportamento in cui l’eleganza del movimento della mano svolgeva un ruolo molto importante. Il dito mignolo doveva essere tenuto sempre un po’ scostato dalle altre dita. .. >>.
L’autore dunque, a differenza dell’autrice sopra citata è dell’avviso che le radici del gesto siano realmente nobili anche se magari oggi non sono più seguite tanto dall’aristocrazia quanto da persone che vogliano figurare particolarmente raffinati.

b ) I gesti con il mignolo

Con la premessa che le pose con i mignoli descritti di seguito sono stati studiati nella seconda metà del secolo scorso e quindi che non ho dati confermanti il fatto che siano ancora egualmente diffusi, in Italia e in special modo nel napoletano è in uso agganciare i mignoli per indicare che colui di cui si parla ha relazioni importanti e quindi che si tratta di una persona furba. Un poco dappertutto invece ma soprattutto tra i bambini arabi i mignoli, o in qualche casi gli indici agganciati, simbolizzano l’amicizia.
A Bali sollevare il mignolo mentre le altre dita vengono tenute piegate dal pollice vuole significare un qualcosa di cattivo. Da quelle parti infatti il dito in questione è considerato negativamente mentre, all’opposto, il pollice viene reputato essere buono. Un poco ovunque ma, soprattutto nei paesi mediterranei, tenerlo alzato simbolizza il pene e rivolgerlo a qualcuno è offensivo poiché sta a indicare che lo ha piccolo. Sempre in Europa e Sudamerica viene utilizzato per sottolineare la magrezza eccessiva di chi si sta parlando. In Giappone il tenerlo alzato simbolizza la donna mentre il pollice, ovvero il dito più grosso, l’uomo. Non ha valenza negativa : alzandolo s’intende solo riferirsi a un qualcuno di sesso femminile che può essere un’amica, un’amante o la moglie. In Europa ma soprattutto in Francia porlo alzato ( sempre tenendo le altre dita piegate dal pollice ), vicino all’orecchio piegando leggermente la testa verso di lui, simboleggia un uccellino che stia riferendogli qualcosa all’orecchio. Viene usato quando si spiattella un qualcosa di delicato riguardo a qualcuno ma non si vuole spiegare chi sia la fonte.
In Medio Oriente, agganciare i mignoli muovendo le braccia lateralmente avanti e indietro come si segasse qualcosa è riferito a persone che stiano disputando tra  loro con alterne fortune.
Nei Paesi Arabi invece e soprattutto tra i bambini di quei posti, separare bruscamente i mignoli agganciati sta a significare l’intenzione di porre fine a un’amicizia.

c ) Riferimenti bibliografici

Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo, Casale Monferrato, II Edizione 2000, Edizioni Piemme S.p.A.
Samy Molcho, I linguaggi del corpo, Como I997, Lyra Libri
Desmond Morris, I gesti nel mondo,  Milano 1995, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A




[1] Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo, Casale Monferrato, II Edizione 2000, Edizioni Piemme S.p.A.
[2] Samy Molcho, I linguaggi del corpo, Como I997, Lyra Libri

venerdì 19 gennaio 2018

Il dito dei gesti osceni





a ) Il dito più lungo, ovvero il dito medio

Nonostante la posizione nella mano lo renda meno mobile del pollice e dell’indice, il medio è il dito più lungo degli altri e nell’immaginario collettivo simbolizza  l’organo sessuale maschile eretto.
Non è un caso che già gli autori classici romani nei loro scritti ne facciano menzione definendolo digitus impudicus ( dito indecente ). L’imperatore Caligola del resto, lo offriva eretto ai sudditi quando questi dovevano fargli il baciamano e la cosa ovviamente non era un complimento : significava che per lui non contavano nulla.

b ) I gesti con il dito medio

Negli USA anche se comunque si tratta di un gesto così noto da venir adoperato un po’ in tutto il mondo, presentare il dito medio rigido mentre lo si spinge verso l’alto con le altre dita piegate a simboleggiare i testicoli è un insulto piuttosto pesante. Facendo ciò infatti si augura all’interlocutore di non essere posseduto amorevolmente e spesso nel retro, coito più doloroso e giudicato soventemente umiliante.
Nei Paesi Latini del Mediterraneo è invece in voga una variante del gesto precedente : qui il dito medio è sempre presentato rigido mentre lo si spinge verso l’alto con le altre dita piegate a simboleggiare i testicoli. Ma intanto che si alza il braccio a presentare per benino il dito, l’altra mano batte nell’incavo dell’arto già impegnato a stendere in alto se stesso e il dito in modo da rendere il tutto più plateale, violento e quindi offensivo.
Sebbene non sappia quanto questo gesto sia ancora usato, sembra che in Punjab alzare e abbassare il dito medio teso stia a significare che l’interlocutore parla molto e muove la lingua come un serpente : non si ha dunque a che fare con un personaggio buono ma con una persona velenosa.
In Arabia Saudita succhiarsi il medio, poi ritrarlo mantenendolo eretto davanti a un altro uomo è un grave insulto riferito alle donne della sua famiglia. Non ci vuole molto a comprendere infatti che quel dito eretto rappresenta un pene e che si sottintende che le donne dell’altro lo cerchino con un accanimento tale da essere disponibili pure con estranei.
Sempre in Arabia Saudita pare sia in uso unire i palmi delle mani, le dita piegate tranne i due medi che sono ritti e si toccano in punta. Con ciò si vuole far intendere di aver giaciuto con la “ tale “, o, nel migliore dei casi, fare riferimento ai genitali femminili.
Ancora in Arabia Saudita può capitare di vedere una persona rivolgere a un altro il medio tenuto piegato con il pollice, mentre le altre dita sono tese. Questo gesto, a differenza degli altri, non è da ritenersi un insulto bensì una minaccia. Se si viene da Paesi Occidentali tuttavia può venir confuso con l’OK americano che è un segnale amichevole e quindi può far prendere allo straniero lucciole per lanterne.
Pure in Libano e in Siria non scherzano come fantasia e se in quelle zone uno batte il pugno contro il palmo della mano facendo scattare in avanti il dito medio, accompagnando la cosa con un rumore secco, non vuole fare un complimento ma indicare che augura all’altro di diventare oggetto di un atto sessuale violento o comunque di uno stupro.
In Egitto non è neppure un complimento rivolgere il palmo della mano verso l’alto, le dita tese e il medio piegato in modo da ri­manere in posizione eretta. Anche in questo caso, nonostante la mano non compia alcun movimento, il medio simboleggia il pene e rivolgerla a un terzo significa augurargli una penetrazione dolorosa e umiliante.
Eguale significato ha il gesto, in uso nei Paesi Arabi, di rivolgere all’odiata persona il palmo rivolto verso il basso, le dita tese tranne il medio che è piegato, la mano che compie dei mo­vimenti ritmici verso il basso.
In Russia è egualmente spregiativo piegare con l’indice di una mano il medio dell’altra. Secondo Desmond Morris ( vedi bibliografia ), la cosa da quelle parti viene chiamata “ Ispezione sotto la coda del gatto “.

c ) Riferimenti bibliografici

Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo, Casale Monferrato, II Edizione 2000, Edizioni Piemme S.p.A.
Samy Molcho, Il linguaggi del corpo, Como I997, Lyra Libri
Desmond Morris, I gesti nel mondo,  Milano 1995, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A

sabato 13 gennaio 2018

Gli scontati gesti localizzati sulle tempie



a ) Gesti significanti pazzia o intelligenza

Il dato più significativo riguardante la regione sta nell’istintiva correlazione che viene fatta tra essa e il cervello, quasi come se le tempie fossero la porta che conduce direttamente a quello. Ne consegue quindi che quasi tutti i gesti che le riguardino abbiano come oggetto appunto l’intelligenza.
Non è un caso dunque che toccarsi la tempia con l’indice e poi allontanare bruscamente il dito in avanti indichi l’avere avuto una grande idea, gesto che è comune soprattutto in Europa.
Samy Molcho ( vedi bibliografia ) sostiene che ci si accarezza le tempie  quando si cercano pensieri nuovi e quindi, guarda caso, viene di nuovo tirato in ballo il collegamento raziocinio e tempie. Ma il bello viene adesso.
Nel mondo occidentale è piuttosto comune vedere l’indice avvitato nella tempia ( in Italia Meridionale  si fa la stessa cosa avvitando però pollice e indice ), per far intendere che colui a cui ci si riferisce è pazzo.
In Giappone ha lo stesso significato il descrivere sulla tempia un piccolo cerchio con l’indice. Addirittura Desmond Morris ( vedi bibliografia ) apriva un distinguo specificando che in passato il senso da darsi a quel movimento era più spregiativo se il dito girava in senso antiorario e questo in quanto era come se il cervello venisse paragonato a un orologio caricato al contrario. Oggi però i tempi sono cambiati e molti significati tradizionali, soprattutto quelli che si differenziavano per sottilissime sfumature, sono ormai confusi.
In tutto il mondo però è altrettanto in uso una variante dei gesti precedenti, ovvero il picchiettarsi con l’indice sulla tempia, sia quando si consideri l’altro un matto, sia quando si voglia definirlo come molto intelligente ( questa interpretazione è comune in Olanda dove ha pure lo stesso significato l’avvitare l’indice contro una tempia ).
Sempre in Occidente è piuttosto comune mimare l’azione di spararsi alla tempia; gesto che indica, spesso scherzosamente, che ci si vorrebbe suicidare a causa dei pasticci che si sono fatti, presunti o reali che siano.

b ) Gesti significanti che l’altro è stupido o è oggetto di tradimenti

In Italia è comune  vedere i bambini che dileggiano simpaticamente altri toccando con i pollici le tempie mentre le altre dita vengono allargate verso l’esterno. Così facendo simbolizzano la presenza delle lunghe orecchie d’asino attaccate ai lati della testa dell’animale. Mostrando ciò intendono comunicare che si considera tale l’interlocutore.
In tutto il mondo invece è comune appoggiare  i due indici tesi contro le tempie, a simbolizzare le corna del toro. Solo che, in questo caso, invece di prenderlo a esempio quale simbolo della forza dell’animale vengono usate per dileggiare coloro che sono stati traditi dalle mogli o dai mariti.
Pare che soprattutto in Siria per svilire i cornuti  si usi che i pollici tocchino le tempie e le dita aperte vengano sventagliate ( corna ramificate ), contro l’interlocutore.

c ) Riferimenti bibliografici

Samy Molcho, I linguaggi del corpo, Como I997, Lyra Libri
Desmond Morris, L’uomo e i suoi gesti, Milano, V edizione 1987, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
Desmond Morris, I gesti nel mondo,  Milano 1995, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A


giovedì 28 dicembre 2017

E se parlassimo un poco della voce?



Sentì nel parlare dei clienti un rapido calo di tono e ne ricevette come una scossa,  ma si avvicinò lo stesso al  bancone.

Da : " IL CORSO DELLE COSE " di  ANDREA CAM1LLERI

a ) La capacità d’interpretare le sfumature delle voci varia a seconda del sesso

Il carattere di una persona, così come i suoi stati d’animo, possono alterare il tono, il volume e la velocità della voce che il nostro temperamento e la fisiologia inducono a tenere. Con ciò s’intende dire, sia che determinati modi di parlare indicano tratti caratteriali generali, sia che non sempre i fini che si perseguono sono così cristallini come si dice.  E’ il caso di quando si raccontano frottole per scapolarla da una situazione difficile, oppure perché si teme un rifiuto o comunque di sfigurare, oppure si cerca di forzare la mano a un interlocutore timido o distratto perché prenda una data decisione.
Quest’ultimo del resto è un ferro del mestiere tipico del mondo femminile. I pregiudizi sociali infatti impongono alla donna di non manifestare apertamente desideri sessuali e, quindi, se non vuole contravvenire alle regole di bon ton e nel contempo non vuole farsi scappare qualche buon partito deve trovare sistemi indiretti e quindi non verbali per far capire il suo interesse. Modulare quindi adeguatamente la voce può fare al suo caso indicando all’ignaro prescelto che probabilmente suscita un qualche interesse in lei. Ma lo stesso varrà per quando lo avrà accalappiato e, sapendolo più forte e arrogante, cercherà d’indurlo indirettamente a prendere una decisione gradita, di modo che poi quello non possa accusarla di averla dovuta accontentare per forza.
Senza contare che comunque è sempre la donna la più capace a capire i sentimenti dell’interlocutore e che ciò le dà un vantaggio nel rapporto con l’altro sesso, mediamente più forte e aggressivo. L’essere in grado di capire lo stato emotivo di chi parla infatti la rende più consapevole dell’umore e del comportamento dell’altra persona dandole così occasione di reagire nel modo più confacente.
Non solo, grazie a questa sua maggiore sensibilità è in grado di intuire meglio i bisogni dei propri figli e la cosa aumenta le possibilità che i piccoli sopravvivano e crescano sani.
L’uomo invece, a cui la natura ha dato maggiori abilità guerriere, non aveva bisogno di simili sottigliezze. Per costui, nella guerra come nella caccia, contava il risultato in termini di nemici o prede abbattute o catturate e per riuscirvi abbisognava  di un linguaggio diretto e chiaro volto soprattutto a coordinare la propria azione con quella dei compagni.
Ne consegue appunto che l’uomo non attribuisce nessun senso alle variazioni di voce, se non che alcune sono assordanti, altre così basse da non essere udite, altre noiosi piagnistei. Ecco perché, spiegano Allan e Barbara Pease ( vedi bibliografia ), in un litigio non capiscono come mai la moglie urli : << .. “ Non usare quel tono con me! ” .. >>.
Pare addirittura che i canali auricolari dei ragazzi, soprattutto nella pubertà, crescano così rapidamente e convulsamente da farli soffrire di sordità temporanea ( altro che un affinamento dell’udito che li renda atti a rilevare e a interpretare le variazioni di voce altrui ). Da qui, la maggior veemenza ( sono infatti già più vivaci delle femmine e quindi già più predisposti a disubbidire ), con i quali i genitori li rimproverano di non ascoltare.
Non a caso, proseguono gli autori sopra citati, quando a scuola i professori riprendono verbalmente le studentesse riscontrano una discreta efficacia mentre per avere un qualche effetto positivo con i maschi prima li obbligano a guardarli per catturarne l’attenzione, poi li sgridano.

b ) Ciò ch’è possibile intuire dalla voce

Non è semplice risalire dai tratti della voce ( questi sono studiati dalla paralinguistica, che assieme alla prossemica e alla cinesica cercano di comprendere gli aspetti non-verbali della comunicazione ), “ al sentire “  e alla personalità che la emette. E questo in quanto la nostra attenzione, che è rivolta a cogliere il senso delle frasi dette dall’interlocutore, non riesce a soffermarsi sulle incongruenze tonali, vocali e ritmiche di chi parla, particolari che normalmente indicano tensioni, insicurezze, bugie.
Il discorrere dunque, disturbando la percezione degli elementi “ sotterranei “ della conversazione, non consente di riflettere su ciò che prova chi parla e così continuiamo a valutare gl’interlocutori a seconda di ciò che dicono. Quel ch’è certo è che gli stati d’animo influiscono sull’energia della persona al punto da riflettersi nel tono, nella velocità e nella veemenza con cui parliamo.
Secondo Marco Pacori ( vedi bibliografia ), un metodo per divenire più capaci di coglierli consterebbe nel mettersi davanti al televisore e, chiudendo gli occhi, seguire un talk show.
Vediamo a esempio come gli specialisti studiati descrivano gli elementi vocali che accompagnano i vari sentimenti che possono insorgere in una persona.
La voce di chi ha paura, è ansioso o nevrotico viene definita con aggettivi come acuta, strozzata, stridula e tremante. Il tono con cui costui parla ha poche modulazioni e aumenta la velocità dell’eloquio, rendendolo teso. Il discorso poi è spezzato da inspirazioni frettolose e superficiali, le pause sono lunghe e spesso inframezzate da sussulti, commenti acuti e rapidi laddove nuovi eventi spaventosi accadano. Aumentano gli errori di pronuncia e sintassi, si possono avere colpi di tosse convulsa, esitazioni, schiarimenti, balbuzie improvvisa, ripetizioni.
Se tristi o depressi la voce è profonda e monocorde, il soggetto parla lentamente, prende frequenti e lunghe pause, l’articolazione delle parole è buona. A volte si riduce a un bisbiglio.
La voce di chi è gioioso o prova piacere risulta piena, melodiosa, calda, squillante e alta. La parlata è veloce e serrata.
Chi disprezza o prova disgusto articola le parole lentamente e con forza, il tono è incolore, a volte nasale, cadenzato. Le pause sono brevi.
Il rabbioso parla in fretta, le parole sono chiare, precise e ben scandite. Il volume è alto sino alle grida, la voce dura e piena. Le pause sono brevi. La tonalità è secca, perentoria, spigolosa
Chi è rilassato formula frasi più lunghe, il tono è basso, il ritmo di articolazione delle parole è regolare e la voce più sonora.
L’annoiato ha voce piatta e profonda e il parlato è lento e stanco. Il remissivo ha voce acuta, flebile e soffocata. Chi parla velocemente e fluentemente è estroverso, vitale, spigliato.

c ) Sul volume della voce

Sicuramente più interessante, perché facilmente verificabile, è il fatto che quando finiamo di fare una domanda o vogliamo creare una maggiore aspettativa alziamo la voce e contemporaneamente spostiamo verso l’alto le gestualizzazioni delle mani mentre quando la narrazione verte su fatti meno avvincenti oppure vogliamo cedere la parola ad altri, abbassiamo il volume e i movimenti delle mani.
Fabio Pandiscia ( vedi bibliografia ), spiega che se si è distanti da due persone che colloquiano si può capire se parlano ad alta voce osservando, per l’appunto, l’altezza delle mani. Anna Guglielmi invece ( vedi bibliografia ), informa che per catturare l’attenzione di un uditorio a volte basta abbassare la voce. In questo modo gli astanti, se vogliono capire ciò che gli si dice, saranno obbligati a porre più attenzione a chi parla. 
Di solito se si fa una breve pausa per poi riprendere a parlare di un argomento che ci piace il tono rimarrà alto e così pure la testa e i gesti della mano. Se l’interlocutore è vicino e si usa con lui un volume molto alto la cosa verrà interpretata dall’altro come un’invasione del proprio territorio e quindi darà adito a sue reazioni difensive o, se questi si riconosce  come suo subordinato o capisce di aver torto, a comportamenti servili.
D’altro canto usare un tono di voce alto implica  il volersi affermare perentoriamente oppure l’esternare qualcosa che ci sta a cuore. In tal caso quanto maggiore è la foga adoperata tanto maggiore è il pericolo che gl’interlocutori più tranquilli si sentano oppressi.
Spesso le donne, per dimostrare la propria autorità, tendono ad alzare la voce. Gli uomini considerano un simile comportamento un atto di aggressione e la cosa è all’origine di molti litigi fra le coppie.
I timidi si esprimono con voce sorda, strozzata e sottile. Le persone dominanti e intraprendenti adoperano un volume più alto e parlano velocemente. Ciò che dicono inoltre sarà coerente con quanto il loro corpo esprime ( il non verbale sarà quindi “ congruente “ con quanto detto ).
Un vecchio proverbio dice : Paese che vai usanze che trovi e a quanto pare ciò vale pure per le faccende riguardanti il volume della voce. Giuseppe Maffeis infatti ( vedi bibliografia ), spiega che in Giappone quando le donne si rivolgono all’altro sesso e la cosa è ancor più pronunciata durante occasioni ufficiali o di lavoro, usano un tono acuto e molto squillante. Gli arabi invece, per invogliare il proprio interlocutore ad intervenire nel discorso, tendono ad abbassare la voce. Gli inglesi d’altro canto, quando non vogliono essere interrotti abbassano la voce.

d ) Sul tono della voce ovvero la modulazione della voce  

Enfatizzare adeguatamente le parti di un discorso che paiano importanti, oppure l’accompagnare quelli tecnici in modo distaccato e freddo, consente di rendere più interessante e credibile quanto si dice. In quest’ultimo caso infatti, si cerca giustamente di lasciare che l’uditore si concentri su dati che già di per sé paiono convincenti mentre si tende a sottolineare l’importanza di quanto si sostiene allorquando la tesi sposata non paia inoppugnabile di per sé ma solo grazie alla certezza che l’oratore trasfonde in essa. Non è un caso che una persona particolarmente capace di trasmettere questo tipo di sensazioni venga giudicata appassionata e intelligente mentre chi generalmente parli in maniera fredda e monotona sembri piuttosto limitato. Un tipo siffatto del resto, se arringa l’uditorio pronunciandosi in maniera piatta e incolore lo annoierà invece di entusiasmarlo e ne perderà i favori. Il perché ciò accada è abbastanza facile da spiegare : un discorso che faccia appello ai sentimenti delle persone ma che venga espresso in maniera monocorde indica una frattura tale fra quanto sostenuto e l’intensità della propria fede al riguardo da risultare falso.
Chi dice bugie in effetti non si comporta molto diversamente. Il timore che una qualche nostra azione venga giudicata riprovevole dalla comunità e faccia scattare ritorsioni innesca tensioni che cercano uno sfogo fisico in movimenti, gesti e tic che il soggetto cerca di nascondere. Ne consegue che costui tenda a parlare più velocemente del solito per togliersi al più presto da una situazione imbarazzante, usi frasi brevi e pause lunghe come per cercare parole che non lo possano tradire e il tono sia spesso inadeguato e spezzato da una respirazione corta e frettolosa.
Marco Pacori ( vedi bibliografia ), spiega che secondo David Givens, le coppie tenderebbero a parlare a voce bassa e a sussurrare in quanto, nei vertebrati, la percezione del suono si sarebbe evoluta dal senso del tatto. Secondo lo studioso dunque il parlare piano verrebbe percepito come una carezza data per mezzo della voce e la cosa quindi risulterebbe particolarmente gradita, sia dagli amanti, sia dai genitori con i loro piccoli.
A coronamento del discorso è da ricordare che nella fase del corteggiamento la priorità data dai due innamorati va al mostrarsi inoffensivi e al suscitare la migliore impressione e questa è appunto la sensazione che ci dà chi parli a bassa voce e con calore. Non solo, così facendo si mostra di essere interamente dediti al potenziale partner, l’uno perché intento a capire cosa stia sussurrando l’altro che, del resto, rivolge la propria attenzione esclusivamente all’oggetto del proprio desiderio.
Nella fase del corteggiamento molte donne sfoggiano una voce acuta, quasi canteri­na, tipica della loro fanciullezza. Solitamente la cosa è piuttosto gradita dagli uomini, sia perché a questa tonalità corrispondono livelli elevati di estrogeni, sia in quanto, ricordando la propria inermità infantile, risveglia gl’istinti protettivi maschili. Le donne d’altro canto sono attratte dagli uomini la cui voce sia bassa e profonda e questo perché segno di un alto tasso di testosterone e quindi di una buona virilità. Ne consegue, spiegano Allan e Barbara Pease ( vedi bibliografia ), che : << .. Di solito, quan­do una donna aumenta la tonalità di voce e un uomo la abbas­sa, significa che si desiderano sessualmente. .. >>. Oddio, può pure capitare che anche l’uomo sfoggi una voce acuta e comportamenti infantili per fare breccia sull’istinto di donne particolarmente materne e ciò può innescare benissimo l’inizio di una relazione ma un tale comportamento solitamente indica il riproporre uno schema infantile che, se all’epoca era funzionale adesso indica  una persona non pienamente matura.
In linea generale nell’ambiente di lavoro gli uomini tendono a reputare le donne dalla voce più profonda come più intelligenti e credibili.
Allan e Barbara Pease ( vedi bibliografia ) affermano che : << .. Per ottenere questa tonalità di voce è sufficiente abbassare il mento e parla­re in modo più lento e monotono. Nel tentativo di acquisire au­torità molte donne alzano, sbagliando, la voce, ma ciò le fa sem­brare aggressive. È stato inoltre osservato che alcune donne obese usano una voce fanciullesca per contrastare il potere del­la mole, altre, per incoraggiare un atteggiamento protettivo ne­gli uomini a cui sono interessate. .. >>.
Se si ha a che fare con una persona non particolarmente attraente non si avrà alcun interesse a mantenere il rapporto e a rendersi gradito, per cui la voce non sarà calorosa, non ci si curerà di essere divertenti, ci si dilungherà poco sull’argomento trattato e al suo esaurimento seguiranno pause piuttosto lunghe, chiaro indizio che con l’interlocutore si sta mantenendo quel tanto di relazione che possa farci parere ben educati. La faccenda però cambia se si è vecchi amici o una coppia consolidata o se si è in Oriente. In questi casi lo stare a lungo in silenzio senza provare fastidio oppure il prendersi lunghe pause indicano un'ottima intesa e armonia tra gli interlocutori.
La faccenda va diversamente con soggetti di cui si voglia conquistare l’amicizia o con i quali si desideri stringere legami più profondi. In questo caso infatti si cercherà di essere affascinanti, modulando la voce e comportandosi in modo da rendersi ben accetti, anzi ammalianti.
In simili frangenti pare addirittura che l’uomo sfoderi all’inizio un tono più acuto, infantile, volto a voler mostrare la mancanza di aggressività. Userà poi un tono medio per comunicare la propria sicurezza e disponibilità e  infine più basso quando si entrerà nel pieno della confidenza con l‘altro. Se meno sicuro però il volume della sua voce sarà più basso e il tono sommesso
Marco Pacori ( vedi bibliografia ) spiega che : << .. Una recente indagine condotta da Susan Hughes, Sally Farley e Bradley Rhodes ha dimostrato che in effetti entrambi i sessi modificano la voce quando si trovano di fronte a qualcuno da cui sono attratti, rendendola più roca e profonda. .. >>.
Allan e Barbara Pease (vedi bibliografia ), sempre particolarmente attenti alle caratteristiche peculiari dei due sessi, ci informano che : << .. Le donne, quando ascoltano, utilizzano una serie di suoni acu­ti e profondi (cinque toni), inclusi gli “ooh” e gli “aah”; gli uo­mini dispongono di una serie di toni più limitata (solo tre) e hanno difficoltà nel decifrare i significati che si nascondono dietro i cambiamenti di tono, perciò parlano con voce più mo­notona. Per mostrare che stanno ascoltando, usano ciò che viene de­finito “il grugnito”, ossia una serie di brevi “hmm” intercalati da sporadici cenni del capo. Le donne criticano i partner per questa forma d’ascolto, che spiega in parte la ragione per cui li accusano spesso di non dare loro retta: in molti casi gli uomini stanno effettivamente ascoltando, però non lo dimostrano. .. >>..
Ne consegue che se le donne, sia che parlino di lavoro o d’altro, riscontrano nei loro interlocutori dei suoni del genere non devono reputarlo un segnale negativo, anzi. E se  invece di manifestare assenso alle idee dei maschi con un fiume di parole manterranno un atteggiamento freddo, rotto qua e là da un qualche uhmm, diverranno pure più credibili agli occhi di quelli.

e )  Schiarirsi la voce

Schiarirsi la voce oppure dare un colpo di tosse senza che ragioni di salute giustifichino la cosa indicano che quanto detto o ascoltato è fonte di tensione e quindi poco gradito. Per Pacori ( vedi bibliografia ) : << .. Dal punto di vista fisiologico, tosse e raschiamento della go­la sono risposte riflesse dovute a un’irritazione della mucosa della gola; nel nostro caso, la sensazione di prurito è provocata da una breve sospensione del respiro nel colpo di tosse e da una deglutizione forzata di saliva nel raschiamento della voce. Entrambi questi fenomeni compaiono associati a stimoli emotivi forti e inaspettati (Sternbach, 1960). .. >>.
Se dunque l’interlocutore non schiarisce la voce o tossisce a causa di un raffreddamento o altro, è probabile che reagisca così, spiega Fabio Pandiscia ( vedi bibliografia ), per : << .. Espellere simbolicamente un qualcosa, un allontanare un argomento, un ge­sto, un segno o una parola; è uno dei scarichi di tensione più usati in un colloquio. .. >>.
Può pure capitare che sostituisca una richiesta, è il caso di quando qualcuno ostruisce il cammino o comunque si voglia far sentire la propria presenza in modo discreto ma se viene fatto in riferimento a un qualcosa che ci turba profondamente è probabile che l’improvvisa apprensione provata possa ingenerare la reazione fisiologica descritta sopra

f ) Riferimenti bibliografici

Vera F. Birkenbihl, Segnali del corpo, Milano 1998, Franco Angeli srl.
Vincenzo Fanelli, Trova l'anima gemella, Milano 2010, Tecniche Nuove
Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo, Casale Monferrato, II Edizione 2000, Edizioni Piemme S.p.A Giuseppe Maffeis, Guida pratica – Il linguaggio del corpo, Milano 2011, Edizioni Riza S. p. A.
Angelo Musso, Ornella Gadoni, Giusy Musso, Il linguaggio segreto del corpo, Milano 2000 1° edizione, Gruppo Editoriale Futura SpA
Marco Pacori, I segreti della comunicazione, Milano 2000, DVE Italia S.p.A
Marco Pacori, I messaggi segreti del corpo, Milano 2012, Giunti Editore S.p.A.
Marco Pacori, I segreti del linguaggio del corpo, Milano 2010, Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
Marco Pacori, Il linguaggio del corpo in amore, Milano 2011, Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
Marco Pacori, Come interpretare i messaggi del corpo, Milano 2002, DVE ITALIA S.p.A.
Fabio Pandiscia, Comunicare bene, Francavilla al Mare 2009, Edizioni Psiconline S.r.l.
Allan e Barbara Pease, perché gli uomini possono fare una sola cosa per volta, Milano, 3° edizione Sonzogno 2005, RCS libri S.p.A.
Allan & Barbara Pease, Perché gli uomini .. Perché le donne .. La bibbia del vivere in due,  Milano 2006, RCS Libri S. p. A.
Allan e Barbara Pease, Perché le donne non sanno leggere le cartine e gli uomini non si fermano mai a chiedere?, Milano, XIII° edizione Sonzogno 2004, RCS libri S.p.A.


domenica 10 dicembre 2017

Il Tipo 5 dell'Enneagramma, detto anche l'Osservatore undicesimo paragrafo

Ha sensi di colpa ed ha un Super Io esigente. E’ poi un operatore obiettivo e acritico.


Secondo Naranjo[1] mentre l’8, che non si sente amato, s’arrabbia e : << .. Si predispone a .. >>, lottare da solo : << .. Per soddisfare i propri bisogni .. >>, il 5, isolandosi, è come se : << .. Annullasse la presenza dell'altro nel suo mondo interiore .. >>. Il disprezzo con cui lo tratta però gli fa avvertire: << .. Un senso di colpa che non solo è paragonabile a quello del prepotente ma è ancor più “ visibile “, perché nel prepotente viene negato per difesa mentre qui si manifesta come una tendenza pervasiva e kafkiana. .. >>.
Ciò fa si che : << .. Il tipo Cinque ( insieme al Quattro, situato nella parte inferiore dell'enneagramma ) .. >>, sia : << .. Caratterizzato da una tendenza alla colpa ( che il tipo Quat­tro avverte più intensamente ), che egli ' argina ' mettendo una debita distan­za fra sé e i sentimenti. Tuttavia, la presenza della colpa si rivela in un vago senso di inferiorità, nella vulnerabilità all'intimidazione, nella goffaggine e in un certo senso di imbarazzo e, soprattutto, nella riservatezza, che è il tratto più caratteristico di questa persona. .. >>.
Secondo Naranjo,[2] il senso di colpa del 5 implica la : << .. Presenza di un Super Io esigente .. >>,  che, così come per l’1, gli fa chiedere : << .. Molto a se stesso e agli altri. >>. Solo che : << .. Il perfezionismo dell’Uno è più esteriore, mentre quello del Cinque è più interno. Inoltre, il primo aderisce in una certa misura a un'identifica­zione con il Super-Io, mentre il secondo si identifica con il suo sé svalutato. .. >>.
Del resto è proprio in quanto il 5 : << .. S’identifica con la sottopersonalità vessata e colpevole, oggetto delle richieste del Super-Io .. >>, ( l’1 invece : << .. S’identifica col super-Io-sè coerente .. >>), che coltiva : << .. L’introversione del tipo pensiero che evita l’azione .. >>, minimizza i bisogni, le pretese ( l’1 invece è esigente ) e si fa : << .. Comandare a bacchetta in virtù di una obbedienza compulsiva .. >>.
Secondo la Palmer[3] la : << .. Capacità di distacco emotivo li rende adatti a incarichi decisionali .. >>, o, visto che : << .. Non perdono la lucidità nelle situazioni più difficili .. >>, a : << .. Stare vicini alle persone in situazione di stress .. >>. Sono poi : << .. Amici per la vita a patto di conservare l’indipendenza e la possibilità di ritirarsi quando ne sentono il bisogno. .. >>.
I 5, dice la Fumagalli[4], considerano : << .. Il proprio tempo un bene preziosissimo ( ritengono infatti di non averne mai a sufficienza ), che deve essere impiegato per approfondire conoscenze sempre nuove e che non deve essere sprecato. .. >>.
<< .. Un cinque è, solitamente, una persona tranquilla .. >>, che si annoia raramente. Questo perché : << .. Ha sempre qualcosa da fare .. >>, e se : << .. Arriva a tradurre in azione il proprio pensiero e la propria razionalità .. >>, non : << .. Oppone resistenza alle opportunità di entrare in comunicazione con il prossimo .. >>. Diventa così : << .. Una persona preziosa per la società. .. >>.
Visto che vuole conoscere le cose e non valutarle : << .. Si astiene dal formulare giudizi moralistici e dall’esprimere delle critiche : questo è rassicurante per chi gli sta vicino perché non lo fa sentire in colpa .. >>. Ogni scelta di vita poi è : << .. Il frutto di una attenta ed elaborata riflessione .. >>, e per Baron e Wagele[5] non si lascia : << .. Influenzare dalle circostanze sociali. .. >>.
Il 5 integrato infine : << .. E’ in grado di distaccarsi dalle cose ma non si sente obbligato a farlo. .. >>. Il 5 non integrato : << .. Deve rinunciare alle emozioni, ai sentimenti, alle relazioni perché ha paura di  non saperle gestire .. >>.





[1] Claudio Naranjo, Carattere e nevrosi, Roma 1996, Astrolabio
[2] Claudio Naranjo, Carattere e nevrosi, Roma 1996, Astrolabio
[3] Helen Palmer, L’Enneagramma, Roma 1996, Astrolabio
[4] Teresa Fumagalli, Enneagramma in pratica, Colognola ai Colli 1998, Demetra
[5] Renee Baron ed Elizabeth Wagele, L’Enneagramma facile facile, Cinisello Balsamo 1996, San Paolo Edizioni