Perché l'uso del concetto di Paideia e di Cultura a 360°

Perché l'uso del concetto di Paideia e di cultura a 360°

Dall'iniziale esaltazione dell'aretè, ovvero il culto del coraggio, della valenza fisica e dell'astuzia, gli uomini di cultura e i politici greci vennero man mano delineando una più complessa idea di uomo valente. Costui infatti, accanto al coltivare l'àristoi, ossia l'essere prode, doveva curare : << .. Il padroneggiamento della parola ( .. ) qual segno della sovranità della mente .. >>, ( Werner Jaeger, Paideia, Milano II Edizione Bompiani Pensiero Occidentale 2011, RCS Libri S. p. A. ). E' così che il concetto greco di Paideia prese la sua forma definitiva.

Da allora sono passati più di 2000 anni ma la bellezza e il fascino della visione di come quei " grandi " ritenevano dovesse essere l'uomo ideale non solo non è sorpassata ma, stante la decadenza della nostra Società, è quanto mai attuale.

Ed egualmente fondamentale, oggi come allora è la determinazione delle qualità, virtù ed abilità che il soggetto d'elite debba aver maturato. Doti e nozioni che a mio parere possono rilevarsi soltanto cominciando a pubblicizzare e studiare quanto di meglio i ricercatori scientifici e i nostri " geni " abbiano scoperto nei loro studi attorno all'uomo e alla società.

.. Quanto al resto .. E' solo ciccia! ..

sabato 17 giugno 2017

Barba e mascolinità

a ) La barba : indice di maturità sessuale

Negli uomini la barba comincia a crescere con la pubertà e la sua “ esuberanza “ è direttamente proporzionale alla produzione nel soggetto di testosterone. Nelle femmine solitamente si forma una peluria distinguibile solo da vicino ma nei maschi è tutt’altra musica. Mentre i Pease ( vedi bibliografia ), ricordano che l’uomo è l’unico  primate a cui in faccia crescano peli più lunghi che nel resto del corpo, Desmond Morris ( vedi bibliografia ), col suo amore quasi maniacale per i dettagli riferisce che nell’uomo essa cresce di circa mezzo millimetro al giorno, ovvero quasi 30 centimetri ogni 2 anni. Ricorda poi che il record mondiale di lunghezza per una barba supera i 5,30 metri mentre l’apertura massima registrata per i baffi è di 2,6 metri.
Nessun altro animale può vantare un simile primato e ciò significa, visto che gli uomini primitivi avevano un’aspettativa di vita pari a circa 20 anni e tenuto conto che le difficili condizioni di vita nonché di nutrizione dovevano avere effetti negativi sul suo “ rigoglio “, dovevano comunque trascinare un agglomerato di peli lungo oltre un metro, ovvero un qualcosa che sovente era più alto di loro e che se non avessero in qualche modo accorciato avrebbe finito per farli inciampare o per incastrarsi fra i cespugli o i rami più bassi degli alberi.
Una simile appendice inoltre, sommata ai capelli che anche allora probabilmente raggiungevano estensioni pari a quasi un metro, doveva caratterizzarci come animali alquanto bizzarri anche se sicuramente imponenti e quindi autorevoli. Fatto questo che, a titolo consolatorio, più era pronunciato più poteva contribuire a salvarci la pelle e a farci guadagnare l’ammirazione femminile.
Sembra del resto ormai relegata in cantina l’ipotesi che la barba servisse ai maschi quale sorta di sciarpa naturale a protezione della gola. Vero è che, in quanto cacciatori, erano più esposti delle femmine alle intemperie ma anche in questo caso una bella pelliccia avrebbe risolto definitivamente il problema, tant’è vero che, cita Morris, gli eschimesi, che sono gli uomini meglio attrezzati per sopportare il freddo, hanno cuscinetti di grasso e pochi peli al posto di una barba rigogliosa.
E’ più probabile invece ch’essa in sé non sia che uno dei corollari dell’avvenuta maturità sessuale. Alle femmine s’ingrossano fianchi, monte di venere, seni e deretano, ai maschi si sviluppano muscoli, pene e barba.
Ne consegue dunque che una giovane che  veda un soggetto le cui guance e il mento stiano per essere sopraffatte dai peli può supporre che l’individuo sia pronto per la copula.

b ) La barba quale segno di mascolinità

La faccia d’altronde è la sede di numerose ghiandole odorifere i cui effluvi, che sono graditi dalle donne, sono trattenuti più a lungo da chi ha una barba fluente. Non è un caso che durante l’adolescenza i giovani più attraenti perché interessati da una più grande attività ormonale che ne accentua i tratti virili, conoscano pure una iperproduzione delle ghiandole sebacee e soffrano delle eruzioni acneiche più gravi.
La visibilità della barba poi, che appare più fitta dei capelli e i cui peli sono di diametro maggiore, accentua il tratto aggressivo della mascella sporgente e questo, visto che i maschi hanno le mascelle già di per sé più massicce e il mento più sporgente delle femmine, dà loro un aspetto più imperioso anche quando sono distesi.
Nessun’altra specie animale può vantare un mento così esposto in avanti quando il soggetto è in collera e ritratto quando remissivo. Se una femmina avesse simili caratteri, e a volte succede, la considereremmo pericolosa  mentre le donne tenderebbero a giudicare i maschi meno dotati in questo senso come dei rammolliti. Questo nonostante che nessuno studio provi che le mascelle prominenti indichino che l’individuo sia un “ duro “. Si tratta di un nostro modo di reagire inconscio alla vista di atavici segnali associati alla bellicosità.

c ) La barba segno di status, potenza e saggezza

Il ruolo della barba tuttavia non si esaurisce qui. Molti milioni di anni fa, quando non avevamo l’ausilio della tecnologia,  il soggetto più forte e abile aveva la meglio. Era dunque più longevo e la barba aveva tutto il tempo di allungarsi. Era ovvio che costui, avendo tali caratteristiche, divenisse il leader del suo gruppo ed essendo il soggetto più forte poteva probabilmente avere tutte le femmine che voleva visto che altrimenti i rivali sarebbero stati uccisi o messi al bando. Del resto dal punto di vista femminile la cosa non costituiva una umiliazione : la fortunata che fosse riuscita a legarlo a sé avrebbe potuto sperare di godere di una protezione e di uno status invidiabili, condizione che giustamente lo faceva ritenere il partito ideale.
Date simili premesse non ci si deve sorprendere se ai tempi dei tempi la barba era considerata il simbolo virile di forza maschia. Morris ( vedi bibliografia ), ricorda che perderla era considerata una disgrazia e di solito i vinti, i prigionieri e gli schiavi venivano puniti appunto con la rasatura. Gli uomini giuravano sulla loro barba ch’era considerata sacra e  persino Dio era raffigurato con la sua bella e lunga lana. I Faraoni facevano lo stesso anche se le loro erano finte e così pure la regina egiziana Hatshepsut ne ostentava una quale segno della sua potenza. Antiche Dee erano raffigurate barbute in modo da attribuire loro maggiore importanza e lo fu anche una delle prime Martiri Cristiane. A poco a poco però le signore dal viso peloso finirono sempre più spesso come attrazioni nei circhi e quando l’interesse del pubblico per i mostri umani declinò, dovettero normalizzare il proprio aspetto per essere accettate socialmente e trovare altre fonti di guadagno. Non gli restò quindi che eliminare i peli in eccesso.
D’altronde pare che la pelle delle altre parti del loro corpo fosse liscia e bella come quella delle donne normali e che, secondo Morris, il fenomeno genetico che produce il pelo facciale sia altamente specifico.
Comunque sia, per mostrare l’alto status e la saggezza mascolina i sovrani delle antiche civiltà come la Persia, i Sumeri, l’Assiria e la Babilonia dedicavano molto tempo alla sua cura, giungendo persino a spruzzarla di polvere d’oro e a decorarla con fili d’oro.

d ) Le ragioni del radersi

Parrebbe strano dopo tutto ciò che si è detto riguardo la sua qualità di attributo maschile, parlare di tagliarla ma questo uso col tempo ha avuto il sopravvento, soprattutto in Occidente. Sicuramente la si sfoltiva e rimpiccioliva da sempre, altrimenti avrebbe costituito un intralcio durante le normali vicende di caccia o di guerra ma è risaputo che sacerdoti o devoti avevano preso a tagliarla per offrirla a Dio quale segno di umiltà e sottomissione.
In un momento successivo, quando le comunità stanziali cominciarono a  ingrandirsi fino a costituire dei veri e propri agglomerati urbani si ebbe la possibilità di avere un maggior numero di armati, che del resto necessitavano di un comportamento uniforme e capacità di disporsi in maniera coordinata. In questo quadro di razionalizzazione operato al fine di aumentare l’efficienza dell’esercito non sfuggì neppure la cura dell’aspetto e quindi anche il taglio della barba, che sembra sia stato fatto applicare su larga scala in Grecia, Roma e da Alessandro Magno. 
La barba lunga infatti poteva essere sfruttata dal nemico per neutralizzare più facilmente l’avversario. Senza contare che in essa s’annidavano parassiti fastidiosi, quando non debilitanti, che potevano facilmente migrare in quelle dei vicini e infestare così interi reparti. A sentir sempre il buon vecchio Morris pare addirittura che i romani si sbarbassero per distinguersi dai barbari, ch’erano barbuti.
Un’altra ragione che con l’evolversi della società potrebbe forse aver contribuito all’espansione della sbarbatura può andare ricercato nel parallelo con i primati che, pulendosi reciprocamente il pelo, rafforzano i legami con gli altri membri della comunità. Non è un caso che prima dell’avvento dei rasoi di sicurezza e poi di quelli elettrici il clima piacevole che s’instaurava tra barbieri e clienti abbia sicuramente migliorato l’umore delle giornate di molti e che questi quindi, non aspettassero che di rinnovare al più presto l’operazione.
Parallelamente a questa esperienza, probabilmente tipica di una età più avanzata dove l’evoluzione tecnica e sociale aveva portato alla crescita sempre più marcata di frange sociali più variegate, ricche  e sensibili alle gioie della vita, lo sbarbarsi venne preferito anche per altre ragioni.
Accanto agli uomini tutti di un pezzo infatti, dediti alla guerra e alla caccia e che mostravano orgogliosi  la barba lunga in quanto indicava la loro carica mascolina, ricchi commercianti, artigiani e a poco a poco cultori politici e delle arti liberali dovettero preferire radersi come segno distintivo di un nuovo genere di elite, più raffinata, igienista e quindi anche più curata nel corpo.
Accadeva così che, come l’aumentata vita sociale in molti casi portava a considerare “ bon ton “ il fatto che le donne neutralizzassero i propri forti odori sessuali, un certo tipo di maschietti convennero che fosse di buon gusto il non avere davanti al viso una fitta peluria sporca di cibo e di altro. Così facendo poi diventavano nettamente visibili i segnali trasmessi dalla bocca e le pur sottili sfumature d’espressione facciale, che nel genere umano sono più numerose che in qualsiasi altra specie animale. Oltre che a farli parere maggiormente comunicativi del resto, cosa nettamente più importante in un contesto sociale più complesso e quindi successivo a quello dove erano considerate le sole virtù guerresche, i contatti intimi con un uomo privo di peli facciali tipo carezze e baci davano a entrambi i partner sensazioni  più piacevoli.
La rasatura poi implicava che la persona godesse di buone risorse e di un certo status dato che aveva tempo e denaro da dedicare alla cura del proprio corpo. In alcuni casi poteva trattarsi addirittura di un tratto distintivo della tribù  rispetto a quelle rivali che mantenevano invece tradizioni più “ pelose “.
Senza contare che lo sbarbarsi significa bloccare, come sostiene Morris ( vedi bibliografia )  i propri : << .. Segnali mascolini di minacciosa autoaffermazione. .. >>. Il volto raso infatti ricorda maggiormente il volto di un bambino e stimola negli altri maschi sentimenti  paterni piuttosto che aggressivi. Potrebbe quindi essere preferito da personalità schive o sottomesse che, istintivamente, vogliano indicare ai leader che non hanno a che fare con potenziali rivali ma con rispettosi servitori.
In società più democratiche e quindi più vicine a noi ciò potrebbe significare che chi si rasa voglia annacquare l’impulso a primeggiare a vantaggio della cooperazione.
Anna Guglielmi d’altro canto ( vedi bibliografia ), fornisce spunti per una diversa considerazione. Secondo il suo punto di vista infatti persone introverse e insicure potrebbero lasciarsi crescere la barba proprio in quanto essa può, sino a un certo punto, nascondere espressioni emotive che minino l’immagine positiva che l’individuo voglia darsi.

e ) La barba e le mode

Si è sin qua detto che la barba, quale segno di virilità maschile è sempre stata tenuta in gran considerazione e i soggetti più barbuti spesso erano a capo della comunità. Accanto al suo culto tuttavia e indipendentemente dal fatto che schiavi, prigionieri e servitori fossero obbligati a sbarbarsi, si sviluppò a poco a poco il  gusto per il volto rasato. In parte ciò fu dovuto dal propagarsi nella società civile di abitudini maturate in ambito militare, in parte in ambienti sociali più raffinati, ricchi ed edonisti e comunque non in concorrenza con il potere civile e militare.
A volte il propendere o meno per un mento glabro fu dettato dal seguire la preferenza dei sovrani, o comunque da figure carismatiche. In altri casi gruppi antagonisti, con la eccezione dei maschi aggressivi o trascurati, preferirono farsi crescere lunghe barbe laddove prevaleva il gusto di rasarsi oppure tagliarle se la moda vigente considerava  “in “ il portarle.
Nei militari la barba era curata e appuntita, esprimendo per l’appunto le personalità organizzate e dominanti dei loro proprietari. Quella di hippies, pittori e poeti, personaggi che solitamente si caratterizzavano come ribelli e anticonformisti, era incolta e ispida e rifletteva il loro diniego delle regole e dei costumi dominanti.
In Gran Bretagna, durante il periodo elisabettiano, chi portava la barba dovette pagare una tassa considerevole, cosa che ovviamente ne limitò la diffusione alle sole classi abbienti, quale simbolo di status elevato. In altri contesti  gli uomini barbuti furono oggetto di ostracismo sociale. In società o in classi dove il ruolo maschile era ed è dominante la barba è un ornamento naturale molto apprezzato.
Fatto sta comunque che rasarsi fa apparire più giovani, puliti, socievoli e comunicativi.
Proprio perché l’assenza di peluria è uno dei tratti specifici della donna è ovvio ch’ella faccia di tutto per mantenere la propria pelle liscia. Non è un caso che l’industria offra e pubblicizzi decine e decine di prodotti atti ad aiutarla a mantenerla levigata.
Del resto, spiega Tonino Lasconi ( vedi bibliografia ), l’avere un derma meno follicoloso la rende più morbida e sensibile al tatto. Ciò in parte spiega perché  esse amino tenersi per mano, camminare a braccetto, baciarsi per salu­tarsi e siano più sensibili al caldo e al freddo.
Secondo i Pease ( vedi bibliografia ), gli uomini con tratti effeminati cercano spesso di apparire più virili ostentando una barba di due o tre giorni. Sempre a sentir loro chi è stressato o ammalato produce meno testosterone e dunque, se in quel caso volesse sembrare più sexy dovrebbe radersi meno frequentemente. Colui che invece, rasatosi al mattino, presenti a mezzogiorno già l’ombra della barba, dà invece l’impressione di essere un bel mandrillone.
Una considerazione a parte merita la barba a punta chiamata pizzetto, che aumenta le dimensioni del mento dando la sensazione che chi la porta sia ordinato e in gamba. I Pease però, al riguardo fanno presente ch’esso è in qualche modo connesso con il culto di Satana e pertanto chi lo porta  possa non essere ben visto in certi ambienti.
Affermano poi che è molto difficile che gli uomini cambino il modo di portare capelli e barba. A differenza delle donne infatti i maschi ( per lo meno le generazioni più vecchie ), risultano spesso così poco sensibili alle novità delle moda da continuare ad acconciarsi come piaceva loro in giovine età, ossia quando gli premeva d’inserirsi positivamente in società e spiccare parimenti davanti al gentil sesso. Avvenuto ciò la loro attenzione va poi a rivolgersi laddove sono più predisposti, ossia nell’affermazione sul lavoro, nello sport e più in generale nella risoluzione dei problemi.

d ) Gesti aventi per oggetto la barba e valutazioni circa la sua consistenza

Capita di vedere qualcuno passare la mano lentamente e più volte sulla guancia, come per accarezzarsi la barba. Lo fa solitamente chi deve prendere una decisione o sta seguendo una sua idea complicata. Indica dunque che sta riflettendo e che al momento non sa che partito prendere.
Toccarsela in un momento di agitazione può significare che si controlla se si è in ordine. Parrebbe ridicolo farlo ma si tratta di uno di quei casi che Morris ( vedi bibliografia ), definisce attività dislocate, ovvero : << .. Movimenti irrilevanti che si effettuano nei momenti di frustrazione o di conflitto interiore. .. >>.
Si accarezza la barba, vera o immaginaria che sia e in maniera affettata, magari anche sbuffando, chi vuole far capire all’interlocutore o agli amici che quanto si va dicendo ( o a volte ciò che si sta facendo ) è noiosissimo. Il buon Morris attribuisce questa gestualità agli austriaci ma in realtà mi pare alquanto più estesa geograficamente, essendo nota a esempio pure qui da noi.
In Arabia Saudita il muovere a destra e a sinistra le dita di una mano sotto il mento, come per scuotere la barba suggerisce che colui cui ci si riferisce l’abbia lunga e quindi sia un vecchio.
In Francia chi compie un movimento circolare sulla guancia con l'indice destro pare intenda far capire che l’interlocutore lo vuole ingannare.
Sempre in Francia uomini barbuti che in caso di alterco con un altro passino il dorso della mano sotto il mento e poi la spingano in fuori con un movimento ad arco verso l’avversario, come se volessero lanciargli addosso il proprio tripudio di pelo, pare intendano insultare l’altro piuttosto pesantemente. Visto ch’essa infatti è un simbolo di virilità, con questo gesto che Morris ( vedi bibliografia ), denomina : “ la barbe “ è come se in maniera stilizzata intendessero tirargli addosso o, forse, addirittura colpirlo con il proprio membro.
Boh! Paese che vai usanze che trovi ( sempre che siano ancora seguite )!
Interessante, anche se questa sua conclusione deriva da studi fisiognomici piuttosto che da risultati di ricerche scientifiche, è la seguente considerazione di Anna Guglielmi ( vedi bibliografia ).
A suo dire infatti  barba e baffi folti indicano che la persona è più por­tata per l’attività fisica, che è robusta e pratica. Se invece è più rada la persona tende maggior­mente all’attività mentale, è più delicata e apprezza le cose belle.

f ) Riferimenti bibliografici

Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo, Casale Monferrato, II Edizione 2000, Edizioni Piemme S.p.A
Tonino Lasconi, Il misterioso linguaggio del corpo, Leumann ( Torino ) terza ristampa 1994, Editrice ELLEDICI
Desmond Morris, Il nostro corpo, Milano 1° edizione 1982, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A
Desmond Morris, L’uomo e i suoi gesti, Milano, V edizione 1987, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
Desmond Morris, I gesti nel mondo,  Milano 1995, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A
Allan & Barbara Pease, Perché gli uomini lasciano sempre alzata l’asse del water e le donne occupano il bagno per ore?, Milano 3° edizione BUR 2010, BUR
Allan & Barbara Pease, Perché gli uomini .. Perché le donne … La bibbia del vivere in due, Milano 2006, RCS Libri S. p. A.




martedì 6 giugno 2017

Il Tipo 5 dell'Enneagramma, detto anche l'Osservatore : sesto paragrafo

E’ ipersensibile, cerebrale e depresso


Secondo Naranjo[1] l’eccessiva docilità, che il 5 vive come : << .. Senso di debolezza, vulnerabilità e anche sensibilità al mondo delle persone e delle cose .. >>, e da cui si difende con la : << .. Torpidezza emotiva .. >>, indica una sua sottostante: << .. Ipersensibilità. .. >>. Questa, sebbene vada ascritta ( assieme : << .. All’orientamento cognitivo, all’isolamento dagli altri e all’introversione .. >> ), al : << .. Retroterra cerebrotonico .. >>, del 5, può essere : << .. Interpretata in parte come l’esito dell’esperienza di un dolore psicologico di cui solo per metà egli è consapevole : il dolore della colpa, il dolore di una solitudine non riconosciuta, il dolore del vuoto. .. >>.
Ciò fa si, proprio perché la sofferenza e la sensazione di non valere abbassano : << .. La soglia del dolore che questo individuo può sopportare .. >>, che il 5 : << .. Gentile, tenero e inoffensivo nella misura in cui non percepisce gli altri con uno scollamento autistico .. >>, manifesti : << .. Una gamma di comportamenti .. >>, che vanno : << .. Dalla scarsa tolleranza al dolore fino alla paura del rifiuto. .. >>.
Altrove Naranjo[2] spiega che : << .. I tipi appartenenti alla parte inferiore dell'enneagramma, il Quattro e il Cinque, sono quelli in cui è maggiore la sofferenza mentre in termini gene­rali i tipi che occupano la parte superiore soffrono di meno. I Nove hanno, psicologicamente parlando, la pelle spessa. La loro è una psicologia elefan­tina, una psicologia pachidermica. Hanno imparato a portare i loro pesi e ad andare avanti senza lamentarsi. E’ un sentimento diverso da quello dei Cinque che si rassegnano ma, pur non facendo esplicite richieste, provano una profonda insoddisfazione. .. >>.
Secondo Naranjo[3] il 5 è cerebrotonico, cosa che implica : << .. Un’inibizione mediata, a livello cerebrale, delle altre due funzioni primarie : la somatotonia e la viscerotonia. Essa implica inoltre, o porta, a un atteggiamento di attenzione consapevole, e quindi alla sostituzione dell'ideazione simbolica con una reazione imme­diata e manifesta allo stimolo. A quest’ultimo fenomeno si accompagnano le “ tragedie cerebrali “, o esitazione, disorientamento e confusione, che sembrano i sottoprodotti di un’iperstimolazione, senza dubbio conseguenza di un investimento “ esterocettivo “ squilibrato. .. >>.
Tutto ciò fa si che il 5 sia connotato da : << .. 1 ) postura e movimento trattenuti, rigidità;  2 ) reazioni fisiologiche eccessive; 3 ) reazioni manifestamente veloci; 4 ) amore per l'intimità; 5 ) intensità mentale eccessiva, estrema vigilanza, apprensione; 6 ) riservatezza di sentimenti, emotività trattenuta; 7 ) mobilità degli occhi e del volto molto controllata; 8 ) sociofobia; 9 ) comportamento sociale inibito; 10 ) resistenza alle consuetudini e scarsa capacità di seguire una procedura fissa; 11 ) agorafobia; 12 ) atteggiamenti imprevedibili; 13 ) trattiene il tono della voce e si trattiene dal far rumore; 14 ) ipersensibilità al dolore; 15 ) sonno scarso, affaticamento cronico; 16 ) concentrazione e aspetto giovanili; 17 ) dissociazione mentale verticale, introversione; 18 ) resistenza all'alcol e ai sedativi; 19 ) bisogno di solitudine quando è angosciato; 20 ) orientamento verso le ultime fasi della vita. .. >>.
Nogosek[4] scrive : << .. Quando mi trovo in una situazione nuova la mia preoccupazione principale è come adeguarmici. Per farlo, ho bisogno di conoscerla nel suo insieme e nell’interazione dei suoi singoli elementi. Tendo a mettermi nei panni delle altre persone per capire la loro posizione. La mia attenzione si concentra sulla posizione che gli altri occupano nel contesto generale e non su come si relazionano con me. Così facendo cerco di mantenere il controllo. Senza aver bisogno di suggerimenti altrui, mi affido alla mia percezione e alla mia capacità di riflessione per comprendere la situazione nel suo insieme. Se penso di andar bene, allora concludo che vado bene. Dopo ogni esperienza ripenso a come mi sono comportato con gli altri e decido come comportarmi la prossima volta che mi troverò nella stessa situazione.
( .. ) Il mio problema consiste però nell’avere trascurato il mio centro dell’istinto, la mia funzione istintiva. Ciò è evidente soprattutto nello sport, dove le reazioni istintive sono fondamentali. Il mio uso del centro del pensiero nelle attività sportive mi porta infatti ad avere reazioni lente e riflessive invece che spontanee; ciò mi ha reso ad esempio impacciato ogni qual volta ho cercato di giocare a pallone con gli altri. .. >>.
Naranjo[5] spiega che si potrebbe : << .. Usare il termine ' depressione ' per descrivere la povera vita emotiva dei Cinque ma è una depressione asciutta, non umida. Non pian­gono facilmente e sono apatici. In loro il pianto è un evento eccezionale ma la depressione è costante, unitamente a una scarsa energia e a un'atmo­sfera interiore desertica.
Ogni tipo ha il suo inferno ma l'inferno del Cinque è più simile a un limbo in cui non accade niente. Se il Quattro è teatrale, il Cinque è apatico. Ciò nonostante i suoi rapporti affettivi possono essere molto intensi, per­ché il Cinque è distante da tutti salvo che da se stesso. .. >>.




[1] Claudio Naranjo, Carattere e nevrosi, Roma 1996, Astrolabio
[2] Claudio Naranjo, Gli Enneatipi in psicoterapia, Roma 2003, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore
[3] Claudio Naranjo, Carattere e nevrosi, Roma 1996, Astrolabio. L’autore qui riprende tratti del tipo cerebrotonico descritti da W. Sheldon in : The Varieties of Temperament, pubblicato a New York nel 1942 da Harper and Brothers
[4] Robert  J. Nogosek, Verso una nuova vita, Cinisello Balsamo 1997, San Paolo Edizioni
[5] Claudio Naranjo, Gli Enneatipi in psicoterapia, Roma 2003, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore

mercoledì 17 maggio 2017

Problemi con il fumo?

v  Il fumo e i suoi perché


Nell'oscurità la sigaretta brillava vivamente e gliela videro tra le dita quando Pablo se la tolse di bocca.
<< .. Qualche volta è intrattabile. Ma è una brava donna. Molto fedele alla Repubblica .. >>. Mentre l'uomo parlava, il fuocherello della sigaretta sussultava leggermente. " Sta parlando con  la  sigaretta  in un  angolo  della bocca  "  pensò  Robert  Jordan.

Da : “ PER CHI  SUONA LA CAMPANA “ di ERNEST HEMINGWAY

a ) Il fumo quale sostituto del capezzolo materno

Secondo Desmond Morris ( vedi bibliografia ), fumare aiuta la persona ad allentare la tensione così come l’attaccarsi al capezzolo materno consentiva al lattante di placare i morsi della fame. Il fatto è che il soggetto, crescendo, è obbligato ad adeguare il proprio comportamento e, quindi, l’invariato bisogno di rassicurazione lo spinge alla ricerca di surrogati del capezzolo, così come a suo tempo lo erano stati la tettarella e il ciucciotto. E visto che ora che è adulto l’uso della tettarella lo farebbe sembrare infantile, la sigaretta riesce a non farlo apparire tale.
Da qui la critica dell’autore riguardo le campagne antifumo basate sul sottolineare la nocività del fumo per la salute. Esse a suo avviso non sono incentrate sulle vere ragioni che spingono la gente a continuare a fumare. Se così fosse infatti, la gente capirebbe che non è tanto la nicotina a dare assuefazione ( e questo anche perché non tutti aspirano il fumo mentre altri ne assorbono solo piccole quantità ), quanto piuttosto il piacere di tenere qualcosa di morbido tra le labbra e aspirarne un alcunché di caldo che per associazione d’idee rimanda appunto ad uno dei momenti più rassicuranti della vita, ovverossia fra le braccia della mamma quando, pregni del suo calore e profumo, potevamo attaccarci al capezzolo e mangiare.
In questo senso alcuni studi posteriori a quelli del famoso etologo inglese parrebbero dargli ragione : sembra infatti che la maggior parte dei fumatori siano stati allattati artificialmente e che comunque sia fra costoro che possa riscontrarsi il maggior numero di ” roditori e succhiatori “ di tutto ciò che è possibile mettere in bocca ( stanghette degli occhiali, stuzzicadenti, penne, matite e così via ). Pare dunque che l’allattamento al seno migliori il senso di sicurezza personale al punto da avere un minor bisogno, in futuro, di attività di sostegno.
Rassicurazioni in tal senso comunque, il celebre autore le traeva da studi effettuati su bimbi abituati ad avere il ciucciotto, che ai tempi delle sue ricerche era ritornato ad avere la piena considerazione dei medici. Qualche tempo addietro infatti taluni lo consideravano una fonte d’infezione, altri invece sospettavano che deformasse la bocca e danneggiasse i denti.
Fatta giustizia dunque di questi timori rivelatisi infondati ne era invece emerso, come del resto le mamme già sapevano, che in moltissimi casi dare il ciucciotto a un bambino che piange o è agitato ha un effetto calmante quasi immediato e se glielo si toglie quando è semiaddormentato e questo anche se non lo succhia più, è facile che si risvegli e pianga di nuovo.
A suo dire pareva addirittura che le dita macchiate di nicotina oppure il tenere a lungo la sigaretta in bocca tirando una boccata di fumo di tanto in tanto o l’incastrarla fra le dita invece di posarla da qualche parte, potesse venire interpretato come un impulso a non abbandonare il tranquillizzante pseudo capezzolo che si aveva la fortuna di detenere, manipolare e succhiare.
Non cambia molto se al posto della sigaretta si preferisce la pipa o il sigaro in quanto, comunque, nonostante le forme diverse, si ha sempre a che fare con oggetti che consentono il passaggio nello stomaco del fumo e con cui comunque ci si può trastullare con le dita, le labbra e la lingua. Le cose invece vanno differentemente con le sigarette di plastica che erano state diffuse con lo scopo d’indurre a smettere di fumare. Sebbene infatti si sia comunque tentato di dare ai fruitori un oggetto in qualche modo simile a quello reale, questo non ha, né i requisiti del calore, né quelli del fumo, né dell’essere succhiabile che sono propri della sigaretta. Vero è che si può metterne in bocca un’estremità e al pari delle matite, dei fiammiferi o delle stanghette degli occhiali ci si può giocare con le labbra, la lingua e i denti ma tutto ciò non può dare una paragonabile rassicurazione simbolica e questo anche perché se è vero che gli altri oggetti con cui ci si trastulla in realtà hanno precise funzioni  ( tipo scrivere, pulire i denti dai residui del cibo, ecc. ), la sigaretta di plastica in realtà non ne ha altri che fungere da alternativa a chi vuole smettere di fumare pur non avendo le  attrattive delle sigarette.
Ciononostante le cose non sono così semplici come potrebbero apparire e l’importanza della dipendenza da nicotina non è fattore da sottovalutarsi. Vari studi infatti inducono a pensare che, nonostante la maggior parte dei fumatori affermi che fuma per allentare la tensione in realtà i loro livelli di stress sarebbero un poco superiori  a quelli dei non fumatori e che quando si inizia a fumare regolarmente aumentano. Sembra addirittura che la maggior tensione dipenda dalla diminuzione del tasso di nicotina e che quindi l’effetto rilas­sante del fumo derivi appunto dalla normalizzazione della sua quantità nel sangue. Ciò significa che quando si smette di fumare e vengono pian piano stabilizzati valori più bassi di nicotina, il suo desiderio spasmodico diminuisce e con esso lo stress. Senza contare poi che nel contempo migliora la sua forma psicofisica.
Si può quindi concludere che è probabile che fumare aiuti ad allentare la tensione e questo anche grazie al fatto che la sigaretta sia un sostituto “ passabile “ del ciucciotto. Solo che, l’avere al contempo acquisito una dipendenza dalla nicotina comporta il bisogno di continuare ad assumerne una certa quantità attraverso il fumo onde evitare lo stress connesso con il suo deficit. Ciò verrebbe a dire che, sebbene si fumi per rilassarsi, in realtà questo beneficio è alquanto risicato dall’agitazione causata dal bisogno di assunzione di nicotina.
E questo tanto per cominciare, in quanto le cose sono un tantinello più complesse.

b ) Il fumo e i suoi primordi

Dobbiamo dunque supporre che smettere di fumare sia così difficile in quanto, non solo la nicotina dà dipendenza ma anche perché il mettere la sigaretta in bocca dà rassicurazioni in qualche modo associate al ricordo dell’allattamento al seno materno. Restano tuttavia da spiegare molte cose tra le quali le origini dell’abitudine al fumo che, senza dubbio, sono più nebulose di quelle degli alcolici. Si può ipotizzare infatti che spesso questi ultimi siano entrati abbastanza naturalmente nella dieta dei figli di agricoltori e questo al punto da abituarli sin dalla prima infanzia al sapore acre e ai loro effetti euforizzanti. Ed è probabile che la loro scoperta sia connessa con la fase di consumo delle scorte di granaglie, latte e frutta, allorché iniziò una sorta di stoccaggio della produzione agricola in eccesso al fine di avere del cibo da poter consumare in tempi di magra. Dato che questo avveniva sicuramente in condizioni inadeguate si può supporre che le derrate conservate subissero alterazioni che, tuttavia, quando non risultavano pregiudizievoli per la salute potevano venire mangiate e, dopo essersi abituati al loro particolare sapore, apprezzate.
Successivamente, essendo divenuti in grado di controllare le condizioni che portavano alla formazione di quelle “ specialità “, iniziò la fase della loro riproduzione per mano dell’uomo. Solo che il loro maggior costo, dovuto al gran lavorio ch’era necessario per trasformarle, li caratterizzava come alimenti di lusso che solo i maggiorenti potevano consumare con una certa regolarità o comunque offrire a iosa nelle grandi occasioni civili e religiose.
Lo stesso però non si può dire per l’abitudine al fumo, che non è certo legata alla scoperta di alimenti e bevande complesse e allo sviluppo dell’agricoltura.
E’ probabile ch’esso debba le sue origini alla curiosità dell’Homo Sapiens che in quei tempi difficili era prevalentemente rivolta alla ricerca di cibo e alla difesa dalle varie insidie. Il fatto tuttavia che il fumo finisse per non essere utile alla nostra dieta deve averlo confinato all’interno di isolate plaghe e a un numero limitato  di persone, magari interessate a quei riti misterici o religiosi che traevano ispirazione dalle suggestioni causate dall’aspirazione dei fumi prodotti dalla combustione di piante aromatiche o psicotrope.
La suddetta ipotesi del resto risulta avvalorata da quanto dice Erodoto nel IV libro delle Storie quando racconta che i Sciti prendevano semi di canapa, andavano sotto la tenda e li gettavano sulle pietre roventi, fatto che produceva un fumo ch’essi apprezzavano in quanto ritenevano che profumasse i loro corpi meglio di un bagno.
Da qui poi all’idea che fosse possibile intercettare il fumo senza sprecarne alcunché aspirandolo per mezzo di una cannuccia da un piccolo focolare il passo dev’essere stato relativamente breve anche se si parla di secoli.
Si tratta comunque di mere supposizioni. A parte infatti i pochi documenti che ne accennano se ne sa ben poco sino al 1492, quando con la scoperta dell’America, i “ Conquistadores” videro degli indigeni fumare l’estremità di tizzoni  e masticare, fiutare o fumare foglie particolari che poi chiamarono tabacco. Secondo Bartolomeo de la Casas poi, i sacerdoti all’inizio delle cerimonie soffiavano il fumo, aspirato da pipe o dal tabacco arrotolato, verso il Sole e i punti Cardinali. Per i Maya e i Pellerosse ardere il tabacco significava omaggiare il Dio Balan, il Dio dei quattro venti che accendeva il cielo con lampi e nuvole.
Ciò premesso è probabile che la successiva diffusione esponenziale dei fumatori così come degli alcolisti risieda proprio nella nostra socialità, che spinge a essere accettati dagli appartenenti del gruppo nella misura in cui se ne condividano umori e abitudini. Nonché dalla personale tendenza a imitare gli usi e i costumi di persone rilevanti ( là dove le leggi lo consentano. Nel Medio Evo per esempio, era rigorosamente codificato, a seconda del grado di nobiltà e del censo, chi potesse portare vesti di pregio, di quale lunghezza, colore e quali impreziosimenti ).

c ) Il fumo maschera il nervosismo e consente di prendere tempo

Abbiamo sin qui riportato dati sufficienti per trarre le prime conclusioni. Chi non fuma o è appena agli inizi non ha idea che il farlo dia un piacere orale intenso perché riconducibile per associazione d’idee al succhiare il capezzolo materno. Le prime sigarette infatti fanno tossire, accaldano e lasciano in bocca un sapore acre tale che fa pentire di averle fumate. E’ solo dopo averne consumate parecchie che ci si abitua alla cosa e ciò dimostra che in realtà la molla che fa scattate la voglia di iniziare questo vizio non deriva dal desiderio di soddisfazioni orali sostituenti quelle legate all’allattamento, bensì dall’acquisire le abitudini comuni del gruppo sociale cui si vuole appartenere. E’ cosa cognita che l’aver costumi e punti di vista simili unisce e il fatto, associato magari alla presenza in questa comunità di soggetti fumatori carismatici cui vorremmo assomigliare per suscitare in altri un po’ di quella ammirazione che si prova per loro, può rendere attraente l’idea d’imparare a fumare. Interessante al punto di non indurci ad abbandonare l’impresa dopo le prime esperienze negative.
Una volta preso il vizio la dipendenza da nicotina si associa al piacere di avere la sigaretta in bocca e questo anche se comunque non tutti i fumatori sono uguali. Alcuni studi infatti dimostrano che chi dà alle sigarette boccate lente e lunghe è più dipendente dall’azione calman­te della nicotina, grazie a cui riesce a controllare lo stress. Diverso è il caso di chi dà alla sigaretta boccate brevi e rapide, cosa che sembra stimolare il cervello e il livello di consapevo­lezza. Si tratta di persone che fumano quasi esclusivamente in compagnia o quando bevono e che quindi lo fanno, vuoi per imitare gli altri, vuoi per fare colpo su di loro. Del resto, appunto perché meno dipendenti dalla nicotina e dalla funzione antistress del fumo costoro, che vengono definiti sociali, fumano poco e lasciano la sigaretta per la maggior parte del tempo nel posacenere.
Il ruolo di calmante non farmacologico attribuibile al vizio del fumo comunque non si esaurisce nel facilitare l’inserimento in gruppi di amici fumatori, né nel darsi un contegno a proprio avviso lusinghiero, né nell’essere sotto lo scacco del piacere orale sostitutivo del capezzolo ( e questo nonostante la dipendenza dalla nicotina ).
Il fumare infatti fornisce ai suoi devoti seguaci anche altre cartucce. Vediamo quali.
Quando il nostro cervello limbico, definito anche “ rettiliano “ perché costituente il nucleo primigenio della nostra “ testa “, rileva reazioni esterne che possono parere anche minimamente preoccupanti rilascia immediatamente ormoni che attivano l’acutizzazione degli organi di senso, l’apporto di energia all’apparato muscolare, la riduzione al minimo del consumo energetico di quegli organi che non servono alla lotta o alla fuga, il blocco del cervello pensante.
Il fatto è che con l’evolvere del progresso e della vita sociale una gran parte delle reazioni indotte dal cervello limbico sono divenute inutili. Abbiamo infatti imparato a riconoscere i casi in cui le cose si possono risolvere pacificamente e a contenere le reazioni del sistema cerebrale primitivo ma la sua velocità d’innesco, di molto superiore alla capacità di controllo della nostra parte razionale fa si che non tutte le manifestazioni fisiologiche che scatena ( aumento della pressione, tensione muscolare, eccetera ), vengano controllate.
Il bisogno che si ha di consumare l’aumentata energia porta dunque a un impellente desiderio di scarico della stessa per mezzo di gesti o comportamenti inadeguati rispetto al contesto, tipo sbottonarsi il colletto della camicia, battere i piedi a terra, mangiarsi le unghie, tamburellare le dita sul tavolo, borbottare, eccetera. Fumare diventa uno di questi modi e rispetto a essi, oltre a ricordare per associazione d’idee momenti della vita sereni, presenta pure il vantaggio di essere strutturato a un fine, che è appunto il consumo della sigaretta e quindi maschera meglio il nervosismo del momento. Anzi, se si è abituati a manifestare con sicurezza un certo stile nell’accenderla e poi fumarla, può pure catturare l’attenzione di chi è vicino.
Altre indagini poi mostrano che i fumatori impiegano più tempo a decidere rispetto ai non fumatori. Ciò significa che in alcuni casi il vizio può esser di aiuto per prendere tempo e se si vuole in qualche modo azzerare lo svantaggio risulterebbe utile condurre le trattative in un locale dove sia vietato fumare.
In un’altra ricerca poi le fotografie dei volti di soggetti che avevano appena fumato sigarette con alti tassi di nicotina sono parsi più attraenti rispetto a quelli che avevano fumato sigarette senza nicotina. Ne emergerebbe dunque l’ennesimo fattore accattivante del fumo, dato dal far apparire i suoi cultori sessualmente più interessanti. Del resto pare che la ragione di ciò, come per l’alcol, derivi dal fatto che la nicotina vada ad aumentare la disponibilità di dopamina nel nucleo accumbens.

d ) Gesti del fumatore

Fumare tenendo la sigaretta stretta tra il pollice e indice è tipico di una persona frenetica, espansi­va e un po’ ansiosa.
Chi regge la sigaretta tra il medio e l’anulare può essere un individuo superficiale, capace di commettere impru­denze pur di appagare l’orgoglio e la vanità.
Chi fuma mostrando la sigaretta tenuta distesa sulla punta delle dita, ostenta un atteggiamento elegante e raf­finato, nonché una ricerca del lato estetico delle cose. Il rischio però è quello di apparire diversi da ciò che si è real­mente.
Stringere con forza una siga­retta tra i denti denota una persona energica che ama arrivare subito al dunque. E’ sicuramente impaziente e aggressivo.
Chi la tiene tra l’indice e il me­dio è una persona che per debolezza e mancanza di fiducia in sé può arrivare a compiere azioni superiori alle sue reali capacità senza riflettere.
Chi fuma guardando la sigaretta che tiene in bocca ri­vela di essere una persona ostinata e poco elastica, così concentrata su quanto sta fa­cendo o pensando da curarsi poco dell’opinione degli altri.
Il punzecchiare il bocchino con l’unghia del proprio pollice, oppure il picchiettare con insistenza la sigaretta per far cadere della cenere inesistente denota insofferenza verso l’oratore o la situazione. Visto però che le regole sociali giustificano solo in casi estremi reazioni più dirette tipo l’allontanarsi o il zittire l’interlocutore, il desiderio represso può venire sfogato in un’attività compulsiva tutto sommato accettabile anche se significativamente connessa all’istinto reale.     
Chi fuma tenendo la sigaretta nascosta nella mano piuttosto che lasciarla in vista è una persona prudente che tende a isolarsi dagli altri e non desidera comunicare i suoi pensieri, o forse li vuole nascondere.
Se poi la sigaretta viene tenuta nascosta nel cavo della mano e ri­volta verso il basso, forse è poco incline alle confidenze, per­ché angustiato da un complesso di inferiorità.
Chi spegne la sigaretta prima del solito e all’improvviso ri­vela di voler interrompere l’incontro bruscamente. Se si vuole spiazzarlo è bene chiudere il discorso e alzarsi per primi.
Le donne tendono a spegnere la sigaretta lentamente nel posacenere, gli uomini tendono invece a schiacciarla col pollice.
Se il portacenere di un fumatore è pieno di lun­ghi mozziconi spenti dopo poche boccate, quella persona potrebbe essere un po’ troppo superficiale, distratta o anche nervosa.
Se le sigarette sembrano essersi consumate da sole, quasi come se fossero state dimen­ticate nel portacenere, allora si tratta di persona disconti­nua e lenta, che fa fatica a concentrarsi.
Mozziconi schiacciati con forza appartengono a una persona che, sotto un aspetto serio e disciplinato, na­sconde molta aggressività e bisogno di affermazione.
Nel caso non si debba espirare in alto, o in basso, o di lato per non dare fastidio a terzi, il soffiare il fumo verso l’alto è sintomo di presunzione di superiorità e forse non è un caso che nel mondo del cinema chi recita il ruolo del duro e aggressivo abbia spesso una simile posa. Indipendentemente da ciò comunque uno studio dei Pease ( vedi bibliografia ), condotto nel campo delle vendite ha mostrato che una persona che in una qualsiasi interazione prenda a soffiare il fumo verso l’alto nutre al momento sentimenti positivi verso ciò che vede o sente e probabilmente acquisterà quanto offertogli. Del resto, proseguono gli autori, quanto migliore è lo stato d’animo del fumatore più elevata è la velocità con cui espira il fumo verso l’alto.
Chi soffia il fumo verso il basso invece, spiega la Guglielmi ( vedi bibliografia ), è arrabbiato e nervoso mentre sempre per i Pease si tratta di  una persona il cui stato d’animo è tanto più negativo, mi­sterioso o sospettoso quanto più rapidamente espira il fumo. Ciò significa che chi fa così è probabile non compri il bene che gli è stato offerto.
Chi tende a soffiare il fumo da un angolo del­la bocca, spiega la Guglielmi, è probabile che non sia una persona corretta e leale ma per i Pease la cosa indicherebbe uno stato d’animo ancora più negativo o elusivo di quello descritto nel caso di fumo espulso verso il basso.
Se il fumo viene emesso lentamente si è tranquilli e sereni. Se viene soffiato fuori con forza indica impazienza o insofferenza verso la situazione in atto. E’ un gesto analogo allo sbuffare, anche se in quel caso si espira solo aria, e affonda le sue radici nell’espulsione di un odore sgradevole. Col passare del tempo poi lo si è usato per rifiutare discorsi o azioni invise. In casi estremi è un segno precursore di una reazione aggressiva, paragonabile al soffiare rabbioso dei gatti.
Chi emette il fumo dalle narici è molto sicuro di sé, ha mol­ta grinta e autocontrollo, tiene la situazione in pugno.
Nella maggior parte dei paesi del mondo soffiare il fumo in faccia alle persone verrebbe considerato offensivo ma in alcune regioni e in particolare nella Siria del nord se lo si fa a una donna indica che l'uomo la desidera sessualmente.
Il portare l'indice e il medio vicino alla bocca, facendo mostra di aspirare il fumo di una sigaretta, è un gesto comune grazie al quale, mimando con precisione cosa si richieda, si rende perfettamente comprensibile a terzi il desiderio di una sigaretta. Data la sua semplicità il gesto è compreso in tutto il mondo tuttavia il Morris ( vedi bibliografia ), fa presente che in alcuni paesi può essere confuso con il segnale di vittoria (la «V»), o, peggio ancora, con la «V» britannica di insulto.

e ) Sigaretta, pipa o sigaro?

Chi decide di fumare il sigaro è sicuro di sé e di buon umore. Per noi europei esso è idealmente associato all’immagine dell’uomo di successo nordamericano che può permettersi un articolo costoso perché di fattura pregiata e d’importazione. Non a caso viene usato da industriali, manager e boss della malavita  e si è osservato, durante una cena di festeggiamento, che nella maggior parte dei casi chi li usa tende a espirare il fumo verso l’alto.
Chi fuma la pipa è un tipo riflessivo che trova, nel suo rituale di preparazione e di accensio­ne, l’occasione, sia per scaricare la tensione, sia per ponderare il problema. Secondo Anna Guglielmi ( vedi bibliografia ), chi la usa ha una grande autostima e la ostenta appunto utilizzando un attrezzo piuttosto visibile e macchinoso.
Chi fuma sigarette è una persona dinamica che prende le proprie decisioni rapidamente e che in quanto tale aborre, sia l’uso del sigaro, sia quello della pipa, che considera trastulli che fanno solo perdere tempo. Non a caso, ricorda Anna Guglielmi, spesso costoro fumano anche mentre lavorano.

f ) I diversi modi di fumare di uomini e donne

Spesso le donne tengono le sigarette a lato del corpo con la mano flessa all’indietro, il braccio sinistro appoggiato alla vita e la mano sinistra a sostenere il gomito del destro. Se sedute poggiano il gomito del braccio destro sul tavolo o sul bracciolo della sedia e rimangono con il braccio sinistro in alto, che tiene la sigaretta.
In questo modo esse lasciano scoperto il davanti del corpo, segno che sono così a loro agio con gl’interlocutori ( cui spesso sono legate da confidenza ), da non sentire il bisogno di proteggersi da sguardi o assalti. Non solo, facendo così adottano un contegno ricercato per sottolineare la propria finezza e lo status elevato. In presenza di esponenti dell’altro sesso la cosa, associata a indicatori di accentuata socievolezza e distensione, fanno pensare a una certa qual disponibilità sessuale con l’interlocutore.
Diverse sono le abitudini del maschio che solitamente fuma tenendo il braccio sul petto e offre agli altri la vista del dorso della mano piuttosto che del polso. La ragione di un tale comportamento è ravvisabile nel fatto che l’uomo è più aggressivo e individualista in quanto ha sempre rivestito  il ruolo di cacciatore e di difensore del focolare. Ciò, per altro, spiega i suoi comportamenti più riservati e quindi meno socievoli quali il nascondere la sigaretta nel palmo della mano e lo stringerla più forte tra le dita o i denti.
Il fumare in modo diverso costituisce per i rappresentanti dei due sessi l’ennesimo segno di distinzione e quindi di attrazione. La donna, più vulnerabile alle aggressioni, ravvede nel modo di fumare dell’uomo quei tratti più sicuri ed essenziali che desidererebbe per sé ma che invece è costretta ad ammirare. Il maschio, all’opposto, apprezza la maggior socievolezza della femmina e la sua predisposizione all’accudimento.
Nei tempi andati l’accendere la sigaretta alla donna era una cortesia che dava la possibilità di entrare in conversazione con lei o comunque di valutare  il di lei grado d’interesse. S’ella infatti, mentre lui procedeva in tal senso, indugiava a guardarlo e se sua la mano in quell’occasione sfiorava quella dell’uomo ed entrambi tardavano ad allontanarla la cosa poteva significare una qualche forma di reciproco interesse.
Qualora i due fossero in confidenza poteva pure capitare che fosse lei ad accendergli la sigaretta e che egli cogliesse la palla al balzo stringendole leggermente il braccio per guidarlo più efficacemente verso la propria sigaretta. Si trattava di un gesto alquanto sfacciato che palesava il desiderio di lui e che, se ricambiato, poteva trasformare rapidamente l’amicizia in una vera e propria relazione sessuale.
Oggigiorno che molti tabù nei confronti delle relazioni uomo-donna sono caduti ed entrambi si comportano più disinibitamente, simili carinerie e la valutazione del loro effetto hanno perso molta importanza.  
Il fatto dunque che una donna accetti una sigaretta da parte di un uomo oppure gli permetta di accendergliela, affermano i Pease ( vedi bibliografia ), assume la valenza di sottomissione a usi e costumi ormai in auge nei normali consessi privati. Abitudini che se da un lato vengono considerate quale costo necessario da sostenere per fare parte  di un gruppo “ forte “, dall’altro dimostrano che per essere accettati in contesti desiderabili le donne, e non solo loro, sono  disposte a fare cose poco convenienti.
Oggi le donne che fumano sono il doppio degli uomini; entram­bi i sessi danno lo stesso numero di boccate per sigaretta ma gli uomini trattengono il fumo nei polmoni più a lungo, cosa che li ren­de più soggetti al cancro polmonare.

g ) Riferimenti bibliografici

Giovanni Chimirri, I gesti che seducono, Milano I998, Giovanni De Vecchi Editore
Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo, Casale Monferrato, II Edizione 2000, Edizioni Piemme S.p.A.
Desmond Morris, I gesti nel mondo,  Milano 1995, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A
Marco Pacori, I messaggi segreti del corpo, Milano 2012, Giunti Editore S.p.A.
Marco Pacori, Come interpretare i messaggi del corpo, Milano 2002, DVE ITALIA S.p.A.
Marco Pacori, Il linguaggio del corpo in amore, Milano 2011, Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
Allan e Barbara Pease, Perché mentiamo con gli occhi e ci vergognamo con i piedi?, Milano 5° edizione Sonzogno 2006, R:C:S: Libri S. p. A.



lunedì 1 maggio 2017

Il Tipo 5 dell'Enneagramma, detto anche l'Osservatore : quinto paragrafo

Si aiuta con tattiche discorsive e idealizza l’autonomia


Secondo Beesing, Nogosek e O’Leary[1] i 5 hanno : << .. Difficoltà a sostenere conversazioni .. >>, normali, vuoi in quanto ricercando l’esattezza : << .. Di giudizio su ciò che è osservabile .. >>, vogliono : << .. Evitare di essere sciocchi .. >>, vuoi perché ritengono che : << .. Per arrivare a un giudizio corretto sia indispensabile affrontare da soli la fase di studio e di ricerca .. >>, (  solo così non si sentono : << .. Svuotati e vani .. >> ). Dicono poi : << .. Solo in parte ciò che sanno .. >>, poiché il raccontare tutto li ha spesso lasciati : << .. Con una sensazione di vuoto .. >>, che li ha indotti, dice Eric Salmon[2], a pensare che : << .. Meno si dà, più ci si sente sicuri .. >>.
Sempre Beesing, Nogosek e O’Leary[3] spiegano che soventemente i 5 : << .. Attendono proprio la fine di una riunione prima di aggiungere qualcosa e di sintetizzare brillantemente quanto è stato detto. .. >>. Se invece : << .. Comunicano le loro riflessioni, lo fanno come se si trattasse di un trattato : danno prima un quadro generale sud­diviso in vari punti e poi si sforzano di chiarirli uno per uno. Dato che questo tipo di esposizione non è la più adatta a una conversazione rilassante, può provocare un senso di noia negli altri, il che viene interpretato dai tipi cinque come una dimostrazione di superficialità. .. >>.
Gli autori affermano poi che : << .. Per sfuggire la noia se ne vanno con discrezione senza dare una spiegazione o perfino senza salutare .. >>, e, visto che per costoro : << .. Il tempo è prezioso .. >>, non vogliono sprecarlo facendo cose che non apportano : << .. Loro alcun beneficio. .. >>. Hanno poi : << .. Uno scarso senso del presente, che fa loro dimenticare facilmente i nomi e perfino non riconoscere  persone incontrate di recente. .. >>.
Se lodati per la loro cultura : << .. Probabilmente rispondono che in verità non hanno avuto abbastanza tempo per imparare tutto al riguardo. Questa non è falsa modestia ma il modo in cui veramente percepiscono la realtà. Per loro non c'è mai abbastanza tempo per cono­scere una questione così bene come dovrebbe sempre essere. .. >>.
Possono inoltre : << .. Presentarsi inaspettatamente a un raduno e restare lì con gli altri senza però parteciparvi veramente. .. >>. Se gli si chiede : << .. Come si sentono, probabilmente rispondono dicendo cosa pensano .. >>, e questo perché : << .. Percepiscono la realtà in base a ciò che è significativo piuttosto che in base a ciò che è sentito. .. >>. E’ per lo stesso motivo che quando : << .. Parlano, la loro voce ha poche inflessioni emotive. .. >>, e ha un tono : << .. Molto basso .. >>.
Hanno poi : << .. Uno speciale senso umoristico, che tende a diventare senso dell’assurdo .. >>, e che : << .. E’ generalmente apprezzato dagli altri, specialmente perché salta fuori inaspettatamente. .. >>. Fanno di tutto infine per : << .. Esprimersi in un linguaggio conciso e comprensibile : è infatti importante per loro essere compresi dagli altri. .. >>.
Naranjo[4] spiega che : << .. Il grande bisogno di autonomia .. >>, dei 5 : << .. E’ il comprensibile corollario della rinuncia al rapporto cogli altri. .. >>. Secondo la Palmer[5] infatti, i 5 che sono diffidenti : << .. Perché i desideri potrebbero renderli dipendenti da altri .. >>; sono poi interiormente : << .. Vuoti e incapaci di agire per ottenere, diventano estremamente attaccati al poco che hanno. .. >>. Vivono così : << .. Un’atmosfera di scarsezza .. >>, in quanto preferiscono : << .. “ L’indipendenza “ alla soddisfazione. .. >>.
Sempre per l’autrice, visto che : << .. La loro indipendenza si basa sulla capacità di distogliere l'attenzione dalla vita emotiva e istintiva, con lo spiacevole effetto collaterale di vivere soprat­tutto a livello mentale .. >>, sanno : << .. Vivere bene da soli, hanno bisogni modesti, traggono soddisfazione dalla loro vita fantastica e non si fanno sviare spendendo tempo ed energia in cose inutili. .. >>. Ciò fa si per altro che : << .. Nei momenti difficili .. >>, preferiscano : << .. Ridurre le proprie pos­sibilità piuttosto che ricorrere ad altri per aumentarle. La reazione preferita è la ritirata : riduzione delle spese, riduzione dei bisogni personali alle necessità primarie e nessuna dipendenza dagli altri. Il pensiero " non ne ho bisogno, posso farne a meno " dà un senso di indipendenza.  .. >>.
Secondo Naranjo[6] il 5 idealizza l’autonomia e ciò : << .. Rinforza la rimozione dei desideri .. >>, ( esaltando così la spartanità che è : << .. Un corollario dell’evitamento dei rapporti .. >> ).




[1] Maria Beesing – Robert J. Nogosek - Patrick H. O’ Leary, L’Enneagramma, Cinisello Balsamo 1996, San Paolo Edizioni
[2] Eric Salmon, Il manuale dell’Enneagramma, Bresso 1997, Hobby & Work Italiana Editrice S. p. A.
[3] Maria Beesing – Robert J. Nogosek - Patrick H. O’ Leary, L’Enneagramma, Cinisello Balsamo 1996, San Paolo Edizioni
[4] Claudio Naranjo, Carattere e nevrosi, Roma 1996, Astrolabio
[5] Helen Palmer, L’Enneagramma, Roma 1996, Astrolabio
[6] Claudio Naranjo, Carattere e nevrosi, Roma 1996, Astrolabio

martedì 11 aprile 2017

I baffi : per mostrarsi più gentili senza rinunciare a un importante segnale di virilità

v  I baffi : per mostrarsi più gentili anche se comunque virili

 a ) Sui baffi

 Ed Mc Bain in “ Nessuna via d’uscita “ scrive :
<< .. Arthur Patterson aveva trentacinque anni circa, e si era tagliato i baffi da poco. Né Carella né Hawes sapevano che l'avvocato aveva compiuto quell'operazione di baffectomia appena due giorni prima, ma se fossero stati molto attenti avrebbero notato che Patterson si toccava troppo spesso la zona tra il naso e il labbro superiore. Quel pezzo di pelle era tale e quale alla corrispondente zona di qualsiasi altra faccia maschile, ma a Patterson pareva immensa, gonfia e nuda, perciò continuava a toccarsela, per assicurarsi che non diventasse ancora più gonfia e nuda. .. >>.
Ecco delineato con una sferzante descrizione il senso di  “ mancanza “ che può ingenerare il taglio della barba  o dei baffi che da molto tempo incornicino il volto di una persona.
Passando però oltre alle finezze letterarie ed entrando più propriamente nel campo dell’etologia umana si ricorda che i baffi sono un tratto distintivo del maschio poiché ne evidenziano la virilità ma, a differenza della barba, ricoprono solo una parte limitata della faccia. Ciò implica, da un lato una certa ricercatezza in quanto il dargli e mantenere una forma comporta pazienza e impegno, dall’altro il mostrare buona parte della pelle del viso conferisce un’aria più giovanile e socievole.
E’ come se chi li prediligesse volesse parere amichevole rasandosi il volto ma nel contempo ci tenesse a esibire un segno della propria mascolinità in grado di attrarre l’attenzione del sesso femminile, che è istintivamente avvinta dalla differente anatomia maschile.
La barba del resto dà più l’idea di una persona anziana, la cui maggior trascuratezza personale sia giustificata, vuoi dalla diminuita forza fisica, vuoi dall’autorità che derivi dalla maggior esperienza e maturità.
I baffi costituiscono invece un compromesso fra il desiderio dell’uomo di mostrare un attributo che lo connoti come maschio e quello d’informare della relativa giovinezza e dunque della prestanza del soggetto, nonché di una minor rudezza e quindi di un’educazione più sofisticata.
Agli amanti della barba costoro, che mantengono il volto più glabro, paiono effeminati perché la pelle femminile è appunto maggiormente liscia e morbida ma sicuramente questo non incide un gran che sul loro testosterone o comunque non è detto che una sua minor produzione spinga alla preferenza dei baffi.
Secondo Morris ( vedi bibliografia ), alcuni affermerebbero addirittura che i baffi verrebbero preferiti da chi ha una sessualità ossessivamente inibita e questo in quanto la loro cura implicherebbe un rigoroso autocontrollo limitante la propria virilità. L’autore prosegue affermando che, seppur possano anche esservi casi del genere, lo scegliere di avere i baffi piuttosto che la barba è un fatto di moda più che di repressione delle pulsioni sessuali.
Quel ch’è certo invece è che indica, sia una maggior agiatezza grazie alla quale si può dedicare più tempo e risorse alla cura della propria persona, sia una maggior socievolezza poiché il rendersi più gradevoli è fondamentale per intessere buoni rapporti.
Sicuramente poi, nel determinare una più marcata scelta verso un certo tipo di rapporto con i nostri peli facciali può aver inciso la disciplina militare. Una barba incolta e sporca infatti può dar adito a infestazioni di parassiti e infezioni che, data la vita promiscua dei soldati, possono propagarsi a interi reparti. Senza contare che sia una barba che una chioma fluenti possono, in un corpo a corpo, dare al nemico il vantaggio di un ulteriore appiglio per fare male all’avversario e metterlo in condizioni di non nuocere.
Baffi ben curati invece presentavano minori inconvenienti di questo tipo e quindi potevano venir meglio accettati, soprattutto negli ufficiali e nei graduati e da qui influenzare le preferenze delle classi abbienti.
Con il passare delle generazioni poi si sono succeduti gusti diversi che hanno portato in auge tipi di baffi differenti, da quelli appena accennati sotto il naso a forme più estese ( secondo Morris, vedi bibliografia, Il record mondiale di apertura massima registrata per un baffo è di 2,6 metri ), fino ai mustacchi e quelli a manubrio, attorcigliati e impomatati.
Il bello è però che col tempo non solo sono mutate le loro fogge ma in certi casi anche il loro significato sociale. Tant’è vero che, sempre il Morris ( vedi bibliografia ), ricorda che a New York e a San Francisco negli anni ’70 divennero di moda fra gli omosessuali, incrinando così il loro valore di simboli maschilisti.
I Pease del resto ( vedi bibliografia ), sempre attenti a cogliere e riferire quali segnali favoriscano una comunicazione vincente, si lamentano che spesso gli uomini, a differenza delle donne,  non si adeguano alle mode dei tempi e quindi anche nella scelta del tipo di barba o di baffi da portare continuano a mantenere quelle ormai fuori moda, decise  quand’erano giovani. Cosa che non favorisce il fare una buona impressione sugli altri
 

b ) Lisciare o attorcigliare i baffi

 Un gesto ch’era diffuso a Napoli e in Grecia e che ormai è in disuso è quello di far mostra ai compagni di attorcigliare lunghi baffi a manubrio per indicare una donna molto bella. L’origine di questo gesto è da rintracciarsi nell’800 allorché un simile tipo di baffi, incerati e arricciati andava per la maggiore.
Era abitudine allora che allorquando un uomo con una simile appendice vedesse una piacente figura femminile e volesse corteggiarla, controllasse, come del resto facciamo ancora adesso, la propria  presentabilità, cosa che includeva la verifica dell’aspetto dei baffi di cui, quale evidente manifestazione della propria virilità, di solito era orgoglioso.
All’epoca questi erano lunghi, arzigogolati e incerati e ovviamente per fare buona impressione il corteggiatore li attorceva o li lisciava per essere certo che fossero in ordine.
Da qui nacque l’abitudine scherzosa di indicare agli amici una bella donna attorcigliandosi teatralmente i baffi e anche quando quelli passarono di moda, restò l’uso, per molto tempo ancora, di mimare quel gesto con gli amici arricciandone uno immaginario e ammiccando alla “ bellona “ del momento.

c ) Riferimenti bibliografici

 Giovanni Chimirri, Milano I998, Giovanni De Vecchi EditoreDesmond Morris, I gesti nel mondo,  Milano 1995, Arnoldo Mondadori Editore S.p.AAllan & Barbara Pease, Perché gli uomini .. Perché le donne .. La bibbia del vivere in due,  Milano 2006, RCS Libri S. p. A.Tonino Lasconi, Il misterioso linguaggio del corpo, Leumann ( Torino ) terza ristampa 1994, Editrice ELLEDICI