Perché l'uso del concetto di Paideia e di Cultura a 360°

Perché l'uso del concetto di Paideia e di cultura a 360°

Dall'iniziale esaltazione dell'aretè, ovvero il culto del coraggio, della valenza fisica e dell'astuzia, gli uomini di cultura e i politici greci vennero man mano delineando una più complessa idea di uomo valente. Costui infatti, accanto al coltivare l'àristoi, ossia l'essere prode, doveva curare : << .. Il padroneggiamento della parola ( .. ) qual segno della sovranità della mente .. >>, ( Werner Jaeger, Paideia, Milano II Edizione Bompiani Pensiero Occidentale 2011, RCS Libri S. p. A. ). E' così che il concetto greco di Paideia prese la sua forma definitiva.

Da allora sono passati più di 2000 anni ma la bellezza e il fascino della visione di come quei " grandi " ritenevano dovesse essere l'uomo ideale non solo non è sorpassata ma, stante la decadenza della nostra Società, è quanto mai attuale.

Ed egualmente fondamentale, oggi come allora è la determinazione delle qualità, virtù ed abilità che il soggetto d'elite debba aver maturato. Doti e nozioni che a mio parere possono rilevarsi soltanto cominciando a pubblicizzare e studiare quanto di meglio i ricercatori scientifici e i nostri " geni " abbiano scoperto nei loro studi attorno all'uomo e alla società.

.. Quanto al resto .. E' solo ciccia! ..

sabato 15 agosto 2015

Il Tipo 1 dell'Enneagramma, detto anche Perfezionista : nono paragrafo

E’ disciplinato, conservatore e indeciso


Il non essere stato accettato per quello che era e l’essere stato spinto a fare di più e meglio, ha comportato per il nostro Perfezionista il diventare disciplinato, ovvero il seguire i dettami dei superiori e il sapersi organizzare sapientemente al fine di raggiungere gli obiettivi prefissati.
E dato che questi, onde tacitare gli scrupoli, vengono stilati sulla base del senso del dovere, egli sarà così severo con se stesso ( e qui è ravvisabile un certo qual masochismo così come nell’essere intransigente con il prossimo può riscontrarsi una punta di vendicatività ), da diventare inconsapevole del fatto di negarsi i piaceri e di bloccare le pulsioni istintuali. Tant’è vero che la cosa lo porta a essere talmente serio e lavoratore da preoccuparsi di fare qualcosa di buono ed educativo persino nel tempo libero.
Secondo Naranjo[1] pure il 6 ha un alto senso del dovere. Solo che l’1 è più fiducioso di sé, ha un minimo senso di colpa, non è tormentato, ricorre raramente alla psicoterapia e se lo fa è più per migliorarsi che per risolvere problemi esistenziali.
Il ruolo di guida e pungoli poi che i severi genitori dei futuri Perfezionisti assumono nei loro confronti, cosa che per altro glieli fanno diventare dei riferimenti obbligati in quanto modelli di vita, fa si che ai nostri moralisti l’esistenza dell’autorità paia assolutamente naturale e necessaria.
E’ da tener presente tuttavia, spiega Naranjo che il nostro tipo, data la sua  sete di “ giustizia “, è più colpito da : << .. L’autorità astratta delle norme o della carica .. >>, ( oggettive in quanto frutto di  ponderazioni profonde ), che da : << .. L’autorità concreta delle persone .. >>, ( fallibile o interessata ).
Ciò significa ch’egli non accetta il potere come un male minore ma ne diventa uno strenuo assertore e questo  perché lo fa stare bene sentirsi finalmente dalla parte di chi ha imperio.
Per costoro infatti, lo stare dalla parte delle istituzioni non significa solamente l’essere riconosciuti come persone a posto ma il sentirsi in diritto di scaricare l’aggressività imponendo agli altri le proprie norme comportamentali, eque o stolte che siano.
L’essere nel giusto quindi non fa loro  avvertire che in realtà ciò che fanno non è altro che una sorta di rivalsa nei confronti di un destino che a torto o a ragione li ha comunque costantemente penalizzati. Così facendo dunque non percepiscono l’egoismo e la rabbia che li anima e li spinge a esempio ad abbracciare un partito piuttosto che a essere solidali con il genere umano.
Per il perfezionista del resto il decidere, che è la prerogativa di quell’autorità giusta da loro tanto vagheggiata, risulta problematico in quanto non riesce a concepire risoluzioni sbagliate. In un caso del genere infatti ne andrebbero di mezzo gl’intenti morali che persegue da sempre, con le relative ricadute sull’autostima e la considerazione delle persone per bene.
Da un simile preambolo ne discende che quanto più le scadenze sono importanti o prossime tanto più diviene ansioso di evitare soluzioni che siano troppo abborracciate. Ciò significa il rimandare la scelta a quando creda di aver trovato la soluzione ideale.
La Palmer[2] al riguardo giunge a rilevare che quando il Perfezionista teme di dover fare scelte in base a un desiderio che gli altri potrebbero non approvare le sue : << .. Paure ingigantiscono .. >>, sino a : << .. Percepire critiche anche là dove non esistono. .. >>.
In simili casi, aggiunge l’autrice, invece di credere che : << .. Frasi innocue .. >>, celino : << .. Toni di condanna e macerarsi nella falsa sensazione che gli altri lo stiano segretamente giudicando .. >>, farebbe bene a : << .. Verificare realisticamente i suoi timori. .. >>.
Sylvie Tenenbaum e “ soci “[3] vanno oltre.  Poiché : << .. Il diritto di sbagliare viene perce­pito come un errore che non si possono permettere, le persone in base 1 sono talvolta portate a preferire un risultato mediocre ottenuto senza sforzo a un risultato buono ma necessariamente imperfetto .. >>, e che per di più : << .. Ri­chieda un investimento maggiore. .. >>. Per : << .. Queste persone .. >>, proseguono gli studiosi sopra citati, << .. A volte è meglio incrociare le braccia piuttosto che sbagliare ( .. ). Una giovane donna diceva: «Io non faccio le cose fin quando non le so fare!». .. >>.





[1] Claudio Naranjo, Carattere e nevrosi, Roma 1996, Astrolabio
[2] Helen Palmer, L’Enneagramma, Roma, 1996, Astrolabio
[3] Sylvie Tenenbaum, Dominique Laugero, Françoise Cavè, L’Enneagramma, Roma 2006, Edizioni Scientifiche Ma. Gi. srl

martedì 4 agosto 2015

Il Tipo 1 dell'Enneagramma, detto anche Perfezionista : ottavo paragrafo

E’ avaro, autocritico e intollerante


Il fatto che il Perfezionista rifugga i piaceri lo rende incline a cercare una compensazione inconscia nell’avere abbondanza di denari e beni. Una simile tendenza del resto non è neppure in contraddizione con il suo senso di responsabilità e giustizia visto che l’avere una famiglia implica pure il dovervi provvedere, così come l’essere membro di uno stato comporta la necessità di pagare le tasse e osservarne le leggi.
Si ha dunque a che fare con un tirchio che, oltre a provare soddisfazione delle risorse che possiede, le consuma con parsimonia sia perché si sente più sicuro a incrementare il proprio “ tesoretto “ piuttosto che a spenderlo, sia in quanto aborre lo spreco.
Ad ascoltar Naranjo[1] tuttavia l’avarizia e la rabbia di questo individuo non permea la sua personalità in modo così determinante come nel caso di altri tipi.
Il nostro uomo quindi, temendo di finire sul lastrico, risparmia, controlla i conti, si tiene informato dell’andamento dei mercati e, fatte le  proprie valutazioni, investe il denaro nel modo che reputa più conveniente.
Altra peculiarità del nostro Perfezionista, derivante dal non essere mai piaciuto ai genitori e quindi dall’aver acquisito il senso di non valere, è la spietata autocritica. Che poi è alla base del suo impegno a diventare persona degna di rispetto perché risaltando i propri difetti accentua il rifiuto di ciò che è a fronte del desiderio di come dovrebbe essere.
Ecco spiegato quindi perché non cerca, né di nascondere i propri errori, né di castigarsi, né di apparire migliore di quello che è. Tende a scusarsi spesso poi, cosa perfettamente compatibile con la sensazione che ha di essere indegno.
Il nostro uomo fa pure pochi complimenti e questo in quanto gli è estraneo il rivolgerli a terzi per mera piaggeria. A suo avviso infatti vanno espressi solo a chi li merita davvero, salvo poi soffrire di gelosia poiché l’ammettere che altri siano bravi implica il riconoscersi da meno di costoro.
Senza contare che le critiche di terzi hanno nel nostro Perfezionista effetti devastanti perché confermano e quindi aggravano il malessere ch’egli vive in quanto maldestro o peggio.
Non solo. Spesso gli  ritornano in mente situazioni del passato dove giudica essersi comportato meno che bene e la cosa continua a infastidirlo a tal punto da far dire a Rohr ed Ebert[2] che : << .. Diventa così la coscienza sporca della famiglia e di un popolo .. >>.
Riguardo gli errori di giudizio attuali, afferma Rognoni[3], possono : << .. Provocare in questo tipo una crisi, più o meno grave, da cui egli può uscire solo grazie alle critiche espli­cite del danneggiato o di un eventuale difensore di questo .. >>.
Il non sopportare ciò che di sé non va del resto, lo porta a essere intollerante verso i difetti altrui. Quanto più infatti aumenta in costui, grazie ai miglioramenti ottenuti, un senso di superiorità che compensa la bassa autostima di cui soffre, tanto più accresce il disprezzo verso coloro che non tendono a raggiungere livelli ideali, morali e intellettuali più elevati.
Ma il bello è che il suo senso della correttezza  gli fa celare il dispetto ( <<  Non è educato accapigliarsi e dar spettacolo agli altri del proprio istinto belluino. Senza contare poi che non è giusto non dare al prossimo il tempo e la possibilità di cambiare >> ). Con costoro quindi e sino a quando non ne potrà più, si comporterà come se niente fosse nella speranza che si correggano da soli.
Il frustrare i desideri a fronte di un comportamento ideale e, quel ch’è peggio, brigare perché anche gli altri lo adottino, oltre a rendergli difficoltosi i rapporti sociali ( in quanto intransigente non accetta situazioni meno che per bene e la cosa anche se non entra in conflitto con il prossimo gli aliena le simpatie ), comporta una tensione nervosa che lo costringe a cercare momenti di solitudine per “ ricaricare le batterie “
Visto che non ama il prossimo perché a suo avviso corrotto e ancor meno le persone bisognose in quanto responsabili dei propri guai, la sua caritatevolezza risponde a esigenze di giustizia sociale più che a una vera partecipazione al dolore e alla frustrazione altrui. E’ per questa ragione che preferisce pianificare progetti di aiuto ( ospizi, ospedali, carceri modello, colonie, ecc. ), invece di porgerne in prima persona.         
Non avendo rispetto che per chi non lo merita, spiega Naranjo[4], il Perfezionista tende : << .. Ad avere una visione autoritaria della vita .. >>, e quindi si : << .. Rapportano agli altri in termini di rango o di status. .. >>. Il che implica che coi superiori, da cui ricercano rassicurazione e approvazione : << .. Sono deferenti e melliflui. .. >>. Coi subordinati invece sono : << .. Autocritici, altezzosi e carichi di biasimo. .. >>. Di solito giustifica le : << .. Sue intenzioni aggressive facendosi scudo di regole o autorità cui egli stesso deve sottostare. .. >>.






[1] Claudio Naranjo, Carattere e nevrosi, Roma 1996, Astrolabio. L’autore qui cita quanto scritto da Catherine Coulter in Portraits of Homeopathic Medicines, north Atlantic Books, Berkeley 1986
[2] Richard Rohr e Andreas Ebert, Scoprire l’Enneagramma, Cinisello Balsamo 1993, San Paolo Edizioni
[3] Andrea Rognoni, L’Enneagramma, Milano 1997, De Vecchi
[4] Claudio Naranjo, Carattere e nevrosi, Roma 1996, Astrolabio. Qui l’autore riporta quanto scritto da T. Millon in Disorders of Personality : DSM-III, Axis II, Wiley, New York 1981

sabato 25 luglio 2015

Il Tipo 1 dell'Enneagramma, detto anche Perfezionista : settimo paragrafo



Vuole il comando ed è ansioso. E’ ipercontrollato e quindi rigido, anti istintivo e pedante.


Dall’ossessione perfezionistica  a essere giusto e migliore ne discendono tutta una serie di tratti tipici. Vediamone ora i primi.
Tanto per cominciare è ovvio che un tipo siffatto non tolleri di dover obbedire a decisioni prese da persone da poco. Vuoi quindi che non si fidi di costoro, vuoi che non  ritenga giuste quelle disposizioni, brigherà per avere lui la situazione sotto controllo e poter prendere le risoluzioni necessarie
Ciò, sommato alla paura di sbagliare, al timore dei giudizi negativi altrui, nonché alle difficoltà che riscontrerà a rimanere coerente coi propri principi, lo rende ansioso perché dubbioso e diffidente. E’ pur ovvio poi  che tutto ciò lo faccia diventare irresoluto sino a quando non sia assolutamente certo di aver fatto la cosa giusta.
Il voler essere ammodo poi, che come già detto in altri paragrafi, implica un autocontrollo “ bestiale “ sulla propria sfera istintuale e passionale, ha un bisogno assoluto del sostegno di un raziocinio privo di  pregiudizi che sceveri i casi alla ricerca del bandolo della matassa. Un simile risultato e il porselo come principio guida tuttavia fa si, spiega Naranjo[1], che il pensiero divenga : << .. Troppo logico e metodico con una perdita di creatività e intuizione .. >>.
Non solo, con una simile impostazione il soggetto ha : << .. Difficoltà a funzionare in situazioni non strutturate e ogni volta che si renda necessaria l’improvvisazione .. >>.
 << .. Il controllo sul sentimento ( .. ) porta non solo al blocco dell’espressione dell’emotività ma anche all’alienazione dall’esperienza emotiva .. >>, e al blocco affettivo.
L’autore parla inoltre di : << .. Orientamento antiistintivo. .. >>. La ricerca della perfezione infatti implica una : << .. Griglia cognitiva, uno squilibrio fra lealtà al dovere e dedizione al piacere, fra pesantezza e leggerezza, lavoro e gioco, ponderatezza matura e spontaneità infantile. .. >>.
Ciò, se da un lato lo fa risultare : << .. Noioso .. >>,  va : << .. Di pari passo con un assetto rigido, con un senso di goffaggine, una certa mancanza di spontaneità .. >>.
Altrove Naranjo[2] afferma che l’attenzione alla correttezza del nostro Perfezionista, che lo fa soppesare ogni singola parola e gesto, lo rende pedante.
Del resto, prosegue l’autore, vi sarebbe uno stretto rapporto tra rabbia e pedanteria in quanto quest’ultima è sempre accompagnata da un senso di superiorità ( che in questo caso deriva dall’essere una persona degna di rispetto ), volto a intimorire i presenti facilitando così la presa del controllo della situazione :
<< .. Il tipo Uno può far sentire a disagio con la sua sola presenza. Quando ci troviamo accanto a un pedante ci sentiamo spesso sbagliati, co­me se ci facesse difetto qualcosa. Non si tratta solo di correttezza ma della giusta virtù morale.
La rabbia benevolente, mascherata da buone intenzio­ni, esibisce una bontà deliberata ( ovvero non spontanea ), come nei maestri di scuola ( descritti da Dickens nei suoi racconti ) che pretendono di giusti­ficare la severità appellandosi al bene degli scolari. .. >>.









[1] Claudio Naranjo, Carattere e nevrosi, Roma 1996, Astrolabio
[2] Claudio Naranjo, Gli Enneatipi in psicoterapia, Roma 2003, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore

venerdì 17 luglio 2015

Il Tipo 1 dell'Enneagramma, detto anche Perfezionista : sesto paragrafo

Pulito, meticoloso, asceta e puritano


E’ ovvio che una persona educata alla decenza e all’intransigenza moralistica sia schizzinosa e pulitissima.
E’ poi molto ordinato, orientamento che secondo Naranjo[1] è : ( << .. Un tipico tratto del carattere coatto .. >>, da trascendere la meticolosità. Non ci si deve sorprendere dunque se lo si vede controllare minuziosamente la presenza, la pulizia e l’allineamento dei soprammobili, se torna indietro ad accertarsi nuovamente se ha chiuso la porta o i rubinetti dell’acqua e del gas.
Nel fare le cose segue un suo protocollo improntato alla correttezza che non abbandona neppure,  pena la sofferenza di scrupoli  inenarrabili, se si presentano modi più spicci e popolari per ottenere ciò che gli necessita.
Rispetta quindi gli orari e la via gerarchica. Non approfitta, né  delle conoscenze, né della situazione,  neppure se ciò va a discapito della qualità della sua stessa vita. Arriva perfino al punto di analizzare il proprio comportamento e mettere per iscritto modalità, ragioni e cause che lo hanno determinato, nonché il giudizio che ne dà, quasi che il fissarlo sulla carta lo costringa a essere più profondo e dunque maggiormente “ giusto “ . Salvo dolersi con più forza per ciò che poteva fare meglio.
E’ il classico tipo poi che controlla più volte i risultati dei calcoli, che non ama il lussureggiare della vegetazione e più in generale della natura e quindi cerca di controllarla dandogli una forma, in modo da rendergliela più rassicurante.
E’ talmente pignolo da vedere difetti perfino in quei lavori che gli altri giudicherebbe ben fatti, esamina l’accaduto in tutti i suoi dettagli, tiene all’etichetta, sia nel vestire, sia nel  parlare, sia nello stare con gli altri.
Secondo Rohr ed Ebert[2] gli 1 : << .. Asceti e puritani .. >>, sperano che  raggiungendo : << .. L’ideale ci si possa redimere. .. >>. Anelano poi a incontrare chi sia : << .. “ Perfetto “ .. >>, salvo rimanerne delusi scoprendone : << .. Lacune e punti deboli .. >>.  Per questo sono spesso religiosi : << .. “ Dio è perfetto “. .. >>.





[1] Claudio Naranjo, Carattere e nevrosi, Roma 1996, Astrolabio. L’autore qui riporta quanto scritto da Wilhelm Reich in Analisi del carattere, Varese 1973, Sugarco Edizioni S.r.l.
[2] Richard Rohr e Andreas Ebert, Scoprire l’Enneagramma, Cinisello Balsamo 1993, San Paolo Edizioni

giovedì 9 luglio 2015

Il Tipo 1 dell'Enneagramma, detto anche Perfezionista : quinto paragrafo

Super-Io, doppia vita, perdono e insoddisfazione


Altro elemento fondamentale del processo della formazione reattiva e quindi della personalità del nostro Perfezionista è il forte critico interno ( super-Io ), che il tipo 1 sviluppa in seguito alle reprimende patite e che è possibile definire come “ la coscienza dei propri doveri “.
Secondo la Palmer[1] infatti, allorquando i desideri risibili diventino pressanti il critico interno : << .. Impedisce di prendere consapevolezza delle emozioni inaccettabili. Se i desideri profondi traboccano dall'inconscio, il critico minaccerà immediatamente una punizione per impedirlo. Ogni minimo errore assume così proporzioni spaventose. L'attenzione è calamitata continuamente dagli sbagli e dalle opportune misure correttive. .. >>.
L’autrice  lo paragona a una sorta di : << .. Sorvegliante interiore .. >>, che, assoggettando : << .. Continuamente l’individuo  a un’accusa interiore che la maggior parte delle persone si rivolgerebbe solo se avesse commesso un serio crimine .. >>, gli fa : << .. Differire il piacere .. >>, a dopo aver compiuto il proprio dovere. Ciò per altro, procurandogli  un grande senso d’integrità, glielo fa parere come : << .. La parte migliore e più elevata del suo pensiero. .. >>.
L’estenuante tensione cui il Super-Io assoggetta il nostro 1 e che lo rende irritabile nonostante l’aplomb, viene meno quando il soggetto si sente a posto con la coscienza. In questo caso infatti, sia il senso di malessere che la vocina interiore spariscono, il nostro Tipo si rilassa e si sente a proprio agio.
Il fatto tuttavia, prosegue la psichiatra, che le sue pulsioni istintive vengano regolarmente frustrate perché meno importanti dei doveri, causa : << .. Un’irritazione altrettanto cronica che ribolle sotto la superficie della correttezza formale. .. >>. Ciò fa si che l’1 sia particolarmente infastidito da persone gaudenti. Egli non può infatti stimare persone che non facciano nulla per estirpare da sé voglie che siano ben poco edificanti.
Qualora tuttavia la forza delle passioni lascive diventino incontenibili e questo è tipico di momenti di debolezza oppure di personalità insicure, può capitare che l’1 divenga incapace di tenere a freno gli istinti. In questi casi il nostro Tipo, onde salvare le apparenze e non cadere preda d’insopportabili critiche o peggio, manterrà una facciata irreprensibile anche se in segreto si lascerà andare a sfrenati divertimenti.  
Del resto, forse proprio perché è consapevole che lo sforzo necessario a mantenersi onesti è così alto, il Perfezionista è particolarmente propenso ad accordare il perdono a chi lo chieda sinceramente. La cosa infatti implica da parte del reo il riconoscimento della colpa nonché la promessa d’impegnarsi a non ricadervi più e quando ciò accade il Perfezionista vede spezzarsi le ragioni che lo rendono così critico verso chi sbaglia, ossia l’acquiescenza del prossimo al “ male “.
La compulsione del Perfezionista a fare bene, fatto che, come si è  già detto, lo porta  a tacitare qualunque pulsione possa apparirgli risibile, implica pure “ l’amputazione “ di una parte della sua personalità. L’annichilimento degli stimoli indesiderati infatti, porta al disconoscimento di diverse sue potenzialità, nonché una sorta di pigrizia, conseguenza appunto dello sforzo volto al tacitamento dei desideri e quindi a un impoverimento spirituale.
Ciò significa, spiega Naranjo[2] : << .. Che nel suo atteggiamento verso la vita c'è una perdita del senso dell'essere[3] che ( .. ), si manifesta come un’” inconsapevolezza dell'inconsapevolezza ' .. >>, e la cosa, oltre a renderlo : << .. Particolarmente soddisfatto di sé .. >>, comporta : << .. Un ottundimento psicologico .. >>.
Non solo. L’insoddisfazione inconscia causata dal : << .. Senso di carenza o di “ povertà di spirito “ .. >>, lo spinge a dare un senso alla propria vita e quindi a riempirla di contenuti e valore, brigando affinché sia lui che gli altri divengano “ perfetti “.
Il voler fare bene tuttavia, ovvero il cercar di diventare qualcosa che valga la pena essere al fine di sentirsi “ ok! “, non significa affatto essere virtuoso ma sforzarsi di esserlo e tra le due cose passa una bella differenza. Non è un caso che il celebre psichiatra cileno citi il detto di Lao-Tse che recita : “ La virtù  non si sforza di essere virtuosa, proprio per questo è virtù “.
Inoltre, dire che : << .. Nel tipo Uno il sostituto dell'essere è la virtù sarebbe troppo limitativo, perché a volte la qualità della vita non è tanto di tipo moralistico quanto ' correttivo ' : una buona corrispondenza fra il comporta­mento e un mondo di regole; oppure una buona corrispondenza fra lo svolgersi della vita e un codice implicito o esplicito. .. >>.





[1] Helen Palmer, L’Enneagramma, Roma, 1996, Astrolabio
[2] Claudio Naranjo, Carattere e nevrosi, Roma 1996, Astrolabio
[3] Che Naranjo chiama : << .. Oscuramento ontico .. >>

giovedì 2 luglio 2015

Scuola latina e anglosassone

Raffronti tra l’istruzione latina e anglosassone : le conclusioni di Gustave Le Bon

Nuovamente tratto dal libro intitolato : “ Psicologia delle folle “[1], di Gustave Le Bon ( cui si è brevemente accennato nel precedente post ), è il presente stralcio riguardante il raffronto tra l’impostazione scolastica dei Paesi Latini e quella anglosassone, da cui emerge un quadro che, seppur riguardante la situazione di un secolo fa ( Il libro in questione è stato pubblicato nel 1895 ), nelle sue linee generali è tutt’altro che superato. Seguiamone dunque i seguenti stralci :
<< .. Il primo pericolo di questa educazione - giu­stamente definita latina - è di poggiare su un errore psicologico fondamentale: l’idea che la pappagallesca recitazione dei manuali sviluppi l’intelligenza. Si cerca perciò di imparare il più possibile e, dalle elementari fino alla laurea e al concorso, il giovane non fa che ingurgitare il contenuto dei libri, senza mai esercitare il suo giudizio o la sua iniziativa. L’istruzione, per lui, consiste nel ripetere e nell’obbedire. « Imparare le lezioni, sapere a memoria una grammatica o un sommario, ripetere bene, imi­tare bene, ecco - scriveva un ex-ministro dell’i­struzione pubblica, Jules Simon - una ridicola educazione in cui ogni sforzo è un atto di fede nell’infallibilità del maestro, ed ha il risultato di sminuirci e renderci impotenti ».
Se questa educazione fosse soltanto inutile, potremmo limitarci a compiangere i disgrazia­ti giovani ai quali, invece di tante cose necessa­rie, si preferisce insegnare la genealogia dei fi­gli di Clotario, le lotte tra Neustria ed Austrasia, o le classificazioni zoologiche; ma questa edu­cazione presenta il pericolo molto più serio di ispirare a chi l’ha ricevuta un disgusto violento della condizione in cui è nato, e l’intenso desi­derio di uscirne. L’operaio non vuole più re­stare operaio, il contadino non vuole più essere contadino, e l’ultimo dei borghesi ritiene che l’unica carriera possibile per i suoi figli sia quella statale. Invece di preparare gli uomi­ni per la vita, la scuola li prepara per gli im­pieghi pubblici in cui la riuscita non esige nem­meno un barlume di iniziativa. Nei gradini bas­si della scala sociale, essa crea gli eserciti prole­tari malcontenti della loro sorte e sempre pron­ti alla rivolta; in quelli alti una borghesia fri­vola, al tempo stesso scettica e credulona, im­pregnata di fiducia superstiziosa nello Stato provvidenziale - che tuttavia critica senza po­sa - sempre pronta a scaricare sul governo la col­pa dei propri errori, incapace di intraprendere qualunque cosa senza l’intervento dell’autorità.
Lo Stato che fabbrica a colpi di manuali tut­ti questi diplomati può utilizzarne soltanto una piccola parte ed è costretto a lasciare gli altri senza impiego. Bisogna dunque rassegnarsi a nutrire i primi e ad avere i secondi come nemi­ci. Dall’alto al basso della piramide sociale, la massa formidabile dei diplomati e dei laureati stringe oggi d’assedio le carriere. Un negozian­te molto difficilmente riesce a trovare un agen­te che lo rappresenti nelle colonie, quando in­vece i più modesti impieghi statali sono ambiti da migliaia di candidati. Nel solo dipartimento della Senna vi sono ventimila istitutori ed isti­tutrici disoccupati che, disprezzando i campi e gli opifici, si rivolgono allo Stato per vivere.
Poiché il numero degli eletti è limitato, quel­lo dei malcontenti è per forza immenso. Questi ultimi son pronti a tutte le rivoluzioni, quali ne siano i capi o gli scopi. Con l’acquisizione di conoscenze inutilizzabili l’uomo si trasfor­ma sempre in un ribelle.
( .. ) Forse potremmo accettare tutti gli inconve­nienti della nostra educazione classica - anche se non producesse che declassati e scontenti - purché l’acquisizione superficiale di tante no­zioni e la ripetizione pedantesca di tanti manua­li servissero almeno ad elevare il livello dell’intelligenza. Ma si tratta davvero di un risultato raggiungibile? Ahimè, no. Il giudizio, l’espe­rienza, l’iniziativa, il carattere sono le condi­zioni di successo nella vita e non si ricevono dai libri. I libri sono dizionari utili da consul­tare, dei quali è però assolutamente superfluo immagazzinare nella mente lunghi frammenti.
Taine ha dimostrato molto bene nel brano che segue come l’istruzione professionale possa sviluppare l’intelligenza in una forma mai rag­giunta dall’istruzione classica:
Le idee si formano soltanto nel loro ambiente na­turale e normale; ciò che le fa germogliare, sono le innumerevoli impressioni sensibili che il giovane ri­ceve ogni giorno nell’opificio, nella miniera, in un tribunale, in uno studio, in un cantiere, in un ospe­dale, di fronte agli utensili, ai materiali, alle diverse tecniche di lavorazione, in presenza dei clienti, degli operai e dell'opera bene o mal riuscita, fonte di gua­dagni o di perdite: ecco le piccole percezioni carat­teristiche degli occhi, dell’orecchio, delle mani e per­fino dell’odorato, che involontariamente raccolte e in­consapevolmente elaborate si organizzano in lui per suggerirgli presto o tardi una combinazione nuova, una semplificazione, un mezzo per fare economia, per perfezionare o inventare. Di tutti questi contatti pre­ziosi, di tutti questi elementi assimilabili e indispen­sabili, il giovane francese è oggi privato proprio du­rante l’età più feconda: per sei o sette anni rimane sequestrato in una scuola, lontano dall’esperienza di­retta o personale che gli avrebbe dato la nozione esat­ta e viva delle cose, degli uomini e dei diversi modi di amministrarli.
... Almeno nove su dieci hanno così perduto tempo e fatica per molti anni della loro vita, e si trattava di anni efficaci, importanti o addirittura decisivi: cal­colate prima di tutto la metà o i due terzi di coloro che si presentano agli esami, cioè i respinti; tra i promossi, i laureati e i diplomati calcolate ancora la metà o i due terzi, voglio dire tutti coloro che si sono abbrutiti. Si chiede loro troppo pretendendo che il tal giorno, su una sedia o davanti a una lavagna, diventino - per due ore e per tutto quanto riguarda un certo gruppo di scienze - diventino, dicevo, veri repertori viventi d’ogni conoscenza umana. Magari riescono a diventar tutto questo, o pressappoco, in un giorno determinato, per due ore, ma un mese do­po non lo sono più; non potrebbero più ripresen­tarsi all’esame; le nozioni troppo numerose e troppo pesanti sfuggono di continuo alla loro mente, né ven­gono sostituite da altre. Il vigore cerebrale si è spezzato; la linfa vitale si è esaurita; quando appare l’uo­mo fatto, si tratta spesso di un uomo finito. E costui, sistemato, sposato, rassegnato a girare in cerchio e sempre nello stesso cerchio, si rinchiude nel suo com­pito limitato; lo adempie correttamente ma non fa nulla di più. Tale è il rendimento medio; e, certo, il risultato non vale la spesa. In Inghilterra, in Ame­rica, o in qualsiasi altro paese dove, come nella Fran­cia prima del 1789, si segue un procedimento inver­so, il rendimento è uguale o superiore.
L’illustre storico mostra poi la differenza tra il nostro sistema e quello degli anglosassoni. Presso questi ultimi l’insegnamento non provie­ne dal libro, ma dalle cose stesse. L’ingegnere, per esempio, si forma in uno stabilimento e mai in una scuola, e ciascuno può arrivare esat­tamente al grado che la sua intelligenza com­porta, operaio o capomastro se è incapace di andare più in là, ingegnere se le sue attitudini lo consentono. Questo procedimento è molto più democratico e utile alla società di quello che fa dipendere tutta la carriera di un indivi­duo da un esame di qualche ora subito tra i diciotto e i vent’anni.
L’allievo, ammesso ancora giovanissimo nell’ospe­dale, nella miniera, nella fabbrica, nell’ufficio dell’ar­chitetto o dell’uomo di legge, compie il suo tirocinio pressappoco come accade da noi al giovane di stu­dio o all’apprendista di bottega. In precedenza, ha potuto seguire qualche corso preparatorio e somma­rio al fine di avere uno schema già pronto per inse­rirvi le osservazioni che farà in seguito. Può sempre disporre di corsi tecnici da seguire durante le ore libere, per coordinare le esperienze via via compiute. Con un simile sistema, la capacità pratica cresce e si sviluppa da sola, fino al grado esatto che le facoltà dell'allievo consentono e nella direzione richiesta dal suo compito futuro e dall’attività particolare cui va a mano a mano adattandosi. In questo modo, in Inghilterra e negli Stati Uniti, il giovane riesce presto a manifestare tutte le sue capacità. A partire dai venticinque anni e anche prima, se la sostanza e le basi non gli mancano, diventa non soltanto un utile esecutore, ma anche un individuo dotato di iniziativa; non soltanto un ingranaggio, ma anche un motore. In Francia, dove ha prevalso il procedimento inverso, che ad ogni generazione si fa più formalistico, il totale delle energie perdute è enorme. .. >>.
Ora io non so come la scuola anglosassone si sia evoluta da allora ma non mi risulta che la nostra abbia smesso di pretendere dagli allievi la mera memorizzazione d’interi manuali. E se in linea di principio avesse ragione il Taine?





[1] Gustave le Bon, Psicologia delle folle, Milano III Ristampa Saggistica TEA 2011, TEA – Tascabili degli Editori Associati S.p.A.